di vincenzo spadaro | ingegnere


Affrontiamo in questa ultima parte il fabbisogno di aree per gli spazi pubblici e di uso pubblico (scuole, impianti sportivi, attrezzature religiose, verde, parcheggi). Per tale fabbisogno, il riferimento normativo è il DM n. 1444 del 1969. Tale decreto, emanato nel periodo del boom delle costruzioni, fissa questo fabbisogno di aree, nella redazione degli strumenti urbanistici, al valore minimo di 18mq per ogni abitante insediato o da insediare. Precisa anche che, nel caso che vengano reperite nelle zone residenziali A e B, queste aree possono essere computate al doppio della loro superfice effettiva.

 Vediamo a quanto è stato quantificato detto fabbisogno di aree nei Piani urbanistici che si sono succeduti:  

Piano di fabbricazione del 1971 / 705.000 mq su una popolazione prevista di 27.950

Piano regolatore del 1994 / 661.235 mq su una popolazione prevista di 35.192

Piano PUC redatto dallo studio Benevolo / 934.005 mq su una popolazione prevista di 26.310*

(*Lo studio Benevolo aveva previsto per queste aree anche il fabbisogno per istruzioni secondarie superiori e universitarie, per   attrezzature sanitarie e ospedaliere, parchi territoriali).

Attualmente il fabbisogno minimo, in base al censimento della popolazione al 2011 di 27.296 unità, sarebbe 27.296×18 = 491.328 mq di aree, più del doppio di quelle esistenti, quantificate dallo studio Benevolo in 198.290 mq. Questa notevole differenza tra il fabbisogno legale e l’esistente può attenuarsi facendo queste semplici considerazioni.

Con la dinamica attuale della popolazione anastasiana, non è prevedibile un suo aumento futuro, gli ultimi censimenti la danno in decrescita; del resto l’obiettivo della legge 21/2003 è la riduzione della densità abitativa nella zona rossa.

Per conseguire l’obiettivo di questa riduzione, la legge 21/2003 ha vietato qualsiasi nuova costruzione a scopo residenziale.

Nella pianificazione territoriale degli strumenti urbanistici, non possono più esistere nella zona rossa aree classificate come C (aree per nuove costruzioni residenziali), quindi solo aree residenziali classificate A e B esistenti.

– Sottraendo da 198.290 mq le aree occupate dallo stadio di calcio e dal cimitero, che assommano a circa 47.400 mq, le restanti aree di 150.890 mq per spazi pubblici e di uso pubblico sono ubicate nelle aree A e B, quindi il loro ammontare varrebbe il doppio, cioè 301.780 mq, che sommato a 47.400 mq dello stadio e del cimitero, avremmo un valore di 349.180 mq ai fini dei minimi previsti dal DM 1444/69.

– Con queste considerazioni, il divario tra l’esistente di 349.180 mq e il fabbisogno minimo di 491.328 mq si ridurrebbe e diventerebbe più abbordabile l’azzeramento nei decenni futuri. D’altra parte, l’esperienza dei piani urbanistici precedenti dimostra l’inutilità di vincolare vaste aree del territorio comunale, c’è il rischio concreto di arrecare solo danno allo sviluppo delle attività agricole. La spada di Damocle di un esproprio per pubblica utilità non favorirebbe di certo i necessari investimenti. Il ricorrere, quindi, all’escamotage di conteggiare al doppio le superfici delle aree in questione esistenti, per raggiungere i minimi prescritti dal DM in questione, è più che consigliabile. Del resto non va dimenticato che l’amministrazione comunale trova già difficoltà a gestire l’esistente, figuriamoci se queste aree dovessero triplicare o quadruplicare.

– Il fabbisogno di queste aree sono necessarie, come riportato all’inizio, a sopperire alle attuali deficienze in strutture per l’infanzia (asili nido), istruzione, impianti sportivi, servizi pubblici (come uffici postali, delegazioni comunali), biblioteche, servizi sociali, parchi e luoghi vari d’aggregazione sociale, parcheggi.

La loro individuazione deve avere lo scopo di far raggiungere, una volta urbanizzate, l’autosufficienza funzionale ai nuclei abitati. Far sì che, all’interno di ciascun centro o, al limite, nelle immediate adiacenze, gli abitanti trovino, oltre la residenza, gli spazi collettivi che consentano loro di vivere pienamente il quartiere, senza doversi sempre spostare altrove. Alla bisogna, è prioritario utilizzare il già esistente.

Riportiamo alcuni esempi.

Le aree della lottizzazione della 167 di Via Romani (foto in basso) destinati ad attrezzature collettive e rimaste inutilizzate.

Il vecchio edificio scolastico di Via Rosanea (foto in basso), con annessa area di pertinenza, acquisito dalle Ferrovie dello Stato e ora abbandonato. Si potrebbe addivenire ad un accordo con tale Società per la demolizione e adibirne l’area ad uso collettivo, parco pubblico o quant’altro, a servizio dei quartieri Canesca- Ponte di Ferro- Starza, sprovvisti di attrezzature pubbliche, a parte una scuola di recente costruzione.

Il complesso della Villa Tortora-Brayda, (foto in basso) acquisito dal Comune, dopo una lunga vicissitudine giudiziaria. Attualmente il fabbricato è inutilizzato, in attesa del restauro, il terreno agricolo è abbandonato, poco o niente curato il parco.  Il complesso occupa una superficie di circa 44.000 mq.  

Un fabbricato ubicato nel Parco S. Anna (Stella Splendente), ora di proprietà comunale e abbandonato.

A conclusione di questa trattazione sul Piano Urbanistico, vogliamo sottolineare il rischio che si corre nel progettare l’assetto urbanistico di un territorio. Facilmente si fa prendere dall’immaginazione e trattare il territorio alla stregua di una tavolozza su cui disegnare i lineamenti di una città “ideale”, una città, cioè, di come si “vorrebbe”, riprendendo il leitmotiv della campagna di “urbanistica partecipata” del 2012. Purtroppo la realtà dei territori è diversa e con tale realtà bisogna confrontarsi nel redigere un piano urbanistico che abbia una discreta possibilità ad essere attuato. La prova ultima è il progetto PUC dello studio Benevolo, fondato su come si “vorrebbe”, anziché su come si è o potrebbe essere realisticamente.    

Questa trattazione, divisa in quattro parti, ha la semplice ambizione di offrire materia di discussione e di confronto alle forze politiche che si presenteranno alla prossima competizione elettorale e ai successivi eletti, che dovranno prendere la decisione sulla sorte del Piano Urbanistico, a oltre dieci anni dal conferimento dell’incarico per la redazione.

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