di vincenzo spadaro | ingegnere


In questa 3° Parte ci occuperemo degli insediamenti produttivi (artigianali, commerciali, turistici). A tal fine, è utile esaminare brevemente come si è articolata la previsione di questi insediamenti nei vari piani urbanistici che si sono succeduti negli anni, per trarre adeguati insegnamenti per il futuro e non ripeterne gli errori.

Cominciamo dal primo che è il Piano di fabbricazione, approntato nel 1970 ed approvato il 25/8/1971. Questo Piano prevedeva due zone industriali – artigianali, una su Via Romani e l’altra su Via Pomigliano, da aggiungere a quelle esistenti (stabilimento FAG e Corderia Napoletana, di cui si prevedevano adeguati ampliamenti, macello comunale e mercato ortofrutticolo). Consentiva, inoltre, con l’articolo 26 dell’annesso Regolamento edilizio, insediamenti produttivi nelle zone classificate come E (agricole).

Negli anni di operatività del Piano, anni caratterizzati da intensa attività economica e di costruzioni edili, gli operatori economici anastasiani trascurarono le due zone industriali previste ed approfittarono, invece, della libertà d’insediamento concessa loro dall’art.26 del Regolamento. In questi anni, di conseguenza, s’insediarono sul territorio agricolo di tutto, allevamenti di suini, industrie per la produzione di latticini e la concia delle olive, autodemolizioni, centri commerciali, stazioni di carico e sosta per autotrasporti. Nel contempo venne chiusa la FAG, la Corderia, il macello comunale e ridotto ai minimi termini le attività del mercato ortofrutticolo.

 A dicembre 1994 subentrò il Piano Regolatore che confermò le due zone industriali – artigianali precedenti, sottoponendoli ad interventi d’iniziativa pubblica (PIP), oltre a prevedere numerose altre zone produttive di iniziativa privata disperse, come si disse allora a macchia di leopardo, sul territorio comunale e senza alcun riguardo alla difesa e conservazione dei valori agricoli del territorio.

Ad oggi, tutte queste aree sono rimaste in gran parte inattive. C’è da domandarsi del perché di questa situazione che si è generata. Evidentemente l’inserimento urbanistico di numerose aree territoriali per attività produttive fu dettato, a suo tempo, dalle pressioni dei proprietari, allo scopo d’aumentarne il valore fondiario, e non da realistiche previsioni d’insediamento, a seguito di ricerche di mercato. L’aumento dei valori fondiari di questi terreni non ne ha probabilmente incoraggiato l’utilizzo.

Passiamo ora al Piano Urbanistico redatto dallo studio Benevolo e rimasto sospeso. I progettisti, pur evidenziando l’incongruenza di queste numerose zone produttive, non hanno preso posizione al riguardo, limitandosi a prevedere la realizzazione di tre insediamenti d’iniziativa pubblica, come riportato nella figura seguente.

Le aree indicate con 1, su Via Romani, e 2, su Via Pomigliano, sono le stesse del Piano di Fabbricazione del 1971 e confermate dal Piano Regolatore del 1994, con l’aggiunta di una terza, la n.3.

–  La prima domanda spontanea che viene da farsi è: nei trascorsi 50 anni non si è riusciti a realizzare gli insediamenti previsti per le zone 1 e 2, come si può pensare di riuscirci per i prossimi 50 con l’aggiunta per altro di un’altra?

–  La seconda domanda: se, nel periodo di validità del vigente Piano Regolatore (sono trascorsi già oltre 25 anni), le numerose zone industriali- artigianali – commerciali a iniziativa privata previste sono rimaste in gran parte inedificate, che ragione esiste per mantenerle ancora in questa destinazione urbanistica per i prossimi 25-50 anni? 

Dicevano i latini: errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Occorre fare tesoro delle vicende passate e convincersi che l’epoca in cui, con i Piani urbanistici, si potevano fare, e si sono fatte, le peggiori malefatte con la classificazione delle aree edificabili in funzione dei favori da erogare a parenti, amici, sostenitori vari è tramontata. Finita la possibilità, con l’entrata in vigore della legge 21/2003 sulla zona rossa, di spargere questi favori con le aree da destinare alle residenze, non si può pensare di sostituirle con le aree per attività produttive. La scelta fatta a suo tempo si è dimostrata fallimentare come prima evidenziato.

Oggi è prioritario non aumentare il consumo dei suoli e difenderne la destinazione agricola. Occorre, a parer nostro, abolire, con il nuovo strumento urbanistico, tutte le aree industriali- artigianali-commerciali private, non edificate, previste dal precedente piano, e riportarle alla loro destinazione originale, cioè agricola. Inutile, poi, riconfermare le due aree PIP dei precedenti Piani Urbanistici con l’aggiunta di una terza. Dopo 50 anni ne dovremmo avere abbastanza, anche per i problemi legali che potrebbero sollevare i proprietari di queste aree vincolate per così tanto tempo.

Come per le residenze, occorre spingere sul riutilizzo dell’esistente. Questo è stato già fatto, per esempio, per le strutture ex macello comunale e ex Corderia Napoletana che sono state riutilizzate. Altrettanto bisognerà fare per il grosso insediamento ex FAG, che occupa un’area di oltre 50.000 mq. I relativi proprietari ed eredi, che hanno rilevato l’immobile oltre 40 anni orsono, si saranno resi conto che è non più possibile realizzare ivi strutture residenziali o simili, a cui probabilmente aspiravano all’atto dell’acquisto, e che ormai è un inutile peso per loro. Tra l’altro, i capannoni esistenti sono coperti con eternit e che, quindi, presto o tardi dovranno provvedere al relativo oneroso smantellamento.

Perché allora non utilizzare quest’area per soddisfare le esigenze d’insediamenti artigianali (riparazione autoveicoli, falegnameria, logistica e quant’altro) a favore degli operatori che, per le loro ridotte dimensioni economiche, non sono stati in grado di provvedervi autonomamente in tutti questi anni e hanno bisogno, quindi, dell’ausilio della mano pubblica, classificandola come area PIP, anziché sacrificare altri suoli agricoli per tali necessità?

Se negli anni futuri, soddisfatti queste esigenze, ci prospetteranno realistiche possibilità d’ulteriori insediamenti produttivi, si potrà tranquillamente provvedervi con varianti e piani attuativi. In questa fase di elaborazione del Piano Strutturale, è più confacente alla nostra realtà definire semplicemente le caratteristiche e le compatibilità ambientali cui dovranno sottostare le aree necessarie per questi ulteriori insediamenti, anziché delimitarle a priori territorialmente, lasciando, quindi, libertà d’iniziativa.

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