di anna saetta |


La foresta equatoriale è caratterizzata da una fitta vegetazione, organizzata in almeno cinque stratificazioni verticali; su di esse svettano piante sempreverdi, semprevive, di un’eternità  apocalittica, che con prepotente sfacciataggine si appropriano dell’anima locale, non garantiscono benefici, d’altronde mai li avevano promessi, con subdola veemenza allontanano lo sguardo da sé, rubano la bellezza ai pensieri di quanti le osservano con fede, speranza e… forse… carità!

La fauna della foresta equatoriale è costituita da uccelli che nidificano, cercano e trovano sostentamento nei meandri del pestilenziale sottobosco, insetti e rettili che, giustamente, prolificano e godono la beatitudine di una vita indisturbata di un micro-macro sistema che promette giorni felici alle future generazioni. Lo sguardo volge altrove, dove sembra trovare posto e senso la bellezza, quella bellezza che si snoda, si modula, si inerpica su forti pendenze per fare bella mostra di sé e dare lustro al mondo. In attesa della stagione delle piogge, gli animi si inquietano, il rumore dei venti ebbri d’acqua già sconvolge le menti, il pensiero rincorre inutilmente le possibili, eventuali, improbabili soluzioni, semmai riescano a prendere forma le cosiddette soluzioni.

Il diritto alla bellezza, di fronte alla prevaricante, invadente foresta, viene ogni giorno involontariamene calpestato, non vi può essere volontà in assenza  di consapevolezza, lo sguardo necessariamente deve pretendere l’armonia e l’equilibrio,  vitali e determinanti per la sua esistenza.

La foresta diviene immagine e rappresentazione di tante anime belle che, non trovando alcun beneficio dalla presenza invadente e inquietante della equatoriale, avvizziscono, decadono, non chiedono ormai più giustizia ma gridano vendetta. Inutilmente.

Un regio lagno trova la sua ratio nella sua funzione, nei suoi lagnoli, nelle sue griglie, nelle sue ceditoie, nel suo sistema fognario, nell’assolvere alla sua utilità, e questo è un fatto!

La sua funzione sta proprio nel convogliare  e accompagnare verso il Mar Tirreno  le acque piovane che precipitano dal nostro possente Monte Somma mettendo al sicuro centinaia di famiglie che in questa storica opera architettonica confidano da anni. Poco importa se, all’ arrivo dei monsoni , urgenti quantomai opportuni interventi risolvono , al momento , la situazione. Il disboscamento  della  “ Foresta equatoriale “ di noi altri, non produce sicuramente alcun danno all’amenità del nostro bel paese, non compromette la produzione dell’ ossigeno vitale per l’intero pianeta ma, fatto non meno importante,  garantisce  un adeguato funzionamento dell’opera borbonica e finalmente dà una giusta speranza agli occhi desiderosi di bellezza. La bellezza è una concessione facile se si pensa ai borghi rivalutati con ridenti attività commerciali, alle strade del centro lastricate di sanpietrini ma non sembra rivendicabile da quanti, pur avendo un’ ottima vista e spesso anche un certo, imprevedibile buon gusto,  abitano in zone colpevoli di avere una localizzazione periferica, lontana, si fa per dire, dalla city, dai centri culturali, dalle vie dello struscio eppure  cuore pulsante di una cittadina che, tra mille e una difficoltà, riesce a rimanere in piedi e ad avere ancora la forza di sperare in un futuro che dia dignità a chiunque lo abita. La bellezza è un’esigenza naturale, appartiene alla natura umana, è dell’uomo, spesso  è verità e quindi perché negarla o non riconoscerla a chi non solo la desidera e la cerca ma addirittura sarebbe in grado di  riconoscerla?