Nel paese della corruzione la lezione di Giovanni Falcone è più attuale che altrove

di francesco de rosa |


Forse non c’è nessun paese al mondo, ahimè, che sia davvero immune dal malaffare, dalla corruzione, da atti di sopraffazione dei più potenti, di quelli più influenti. Ma le tangenti, la deriva clientelare, la sottomissione a qualcuno, il compromesso politico/criminale e quella mentalità diffusa e radicata a non rispettare le regole in Italia e soprattutto nel suo meridione appartengono davvero alla storia e all’antropologia delle comunità piccolo o grandi che siano: Palermo, Napoli e le loro provincie (Sant’Anastasia tra questi ha un vero primato), Messina, Salerno, Crotone o Reggio Calabria, Catania o Bari, Taranto o Lecce e tanti altri luoghi del sud che hanno clan, cordate politico/affaristiche e poi l’immenso legame del compromesso, della connivenza tra chi governa e chi fa’ impresa, tra chi elegge e chi è eletto. Accade in tal modo che in questi luoghi vengano eletti e rieletti quello che la politica non dovrebbero vederla nemmeno da lontano. E che, invece, la politica ancora e per troppo tempo continuano a farla essendo del tutto impuniti rispetto alle malefatte di cui sono resi responsabili.

Nelle foto sopra 𝗚𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗙𝗮𝗹𝗰𝗼𝗻𝗲, 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗮 𝗠𝗼𝗿𝘃𝗶𝗹𝗹𝗼 𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗴𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗩𝗶𝘁𝗼 𝗦𝗰𝗵𝗶𝗳𝗮𝗻𝗶, 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗠𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝗮𝗿𝗼 𝗲 𝗥𝗼𝗰𝗰𝗼 𝗗𝗶𝗰𝗶𝗹𝗹𝗼

Tutto questo ha un senso particolare nel giorno in cui sono trascorsi 30 anni dalle strage di Capaci con le morti tragiche di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei ragazzi della scorta (sarà lo stesso per la strage di via D’Amelio il prossimo 19 luglio dove perse la vita Paolo Borsellino assieme ad altri giovani poliziotti della sua scorta). Ciò che ha detto e scritto Giovanni Falcone in merito non è solo profetico. “Per lungo tempo – ha scritto il giudice ucciso esattamente 30 anni fa – si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale. Il dialogo Stato/mafia, con gli alti e bassi tra i due ordinamenti, dimostra chiaramente che Cosa Nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto una organizzazione parallela. La mafia è l’organizzazione più agile, duttile e pragmatica che si possa immaginare rispetto alle istituzioni e alla società nel suo insieme. Per questo se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia. La cultura della morte non appartiene solamente alla mafia: tutta la Sicilia ne è impregnata. La mescolanza tra società sana e società mafiosa a Palermo è sotto gli occhi di tutti e l’infiltrazione di Cosa Nostra costituisce la realtà di ogni giorno. La mafia non è una società di servizi che opera a favore della collettività, bensì un’associazione di mutuo soccorso che agisce a spese della società civile e a vantaggio solo dei suoi membri. Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi”. Ancor più vero se questo lo si pensa per le comunità cittadine dove le tangenti hanno rappresentato un modo di vivere e di fare politica. Chi le ha prese le prende ancora e le prenderà stando attento, questa volta, a non essere beccato dalla Magistratura. Chi capisce come ci si può annidare dentro quella parte di società civile ancora sana per corromperla e infiltrarla farà in modo di essere eletto e rieletto due, tre, quattro, cinque volte.

“La mafia – ha scritto ancora Giovanni Falcone – si caratterizza per la sua rapidità nell’adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l’uso dell’intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa. Dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. La Sicilia di cui parla qui Giovanni Falcone è assolutamente identica alla Campania, alla Calabria, alla Puglia. E Palermo è uguale a Napoli e Napoli è uguale a Sant’Anastasia o ad altri luoghi della sua provincia. Così come nel termine mafia possiamo leggere tutti i suoi derivati: camorra, ndrangheta, politica corrotta ed ogni sorta di agglomerato umano che si fonda sul tornaconto dei pochi ma sulla mentalità dei molti. “La mafia – scrive ancora Giovanni Falcone – non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette e indirette, consapevoli o no, volontarie od obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione”.

A 30 anni da quelle stragi, se vogliamo davvero onorare quelle memorie dobbiamo imparare a non rassegnarci. Ad organizzare campi da arare con semi che porteranno frutti solo nel tempo. Dobbiamo imparare a non sentirci addosso, come un peso, la solitudine verso la quale vogliono relegarci quelli che frodano, imbrogliano, prendono tangenti stando nella politica, nella società, nelle istituzioni come nei partiti o nelle liste civiche. Si riempiranno la bocca della parola legalità, giustizia, buona politica proprio quelli che rubano di più e praticano di più il malaffare usando di tutto per ottenere un proprio tornaconto, per realizzare affari, compromessi, per strumentalizzare, persino, i prossimi referendum sulla giustizia affinché i giudici siano fermati meglio e le legge Severino che impedisce ai condannati di continuare a fare politica sia abrogata, avvilita, eliminata. E quel che più avvilisce è che costoro troveranno sempre adepti, consensi, voti, abbracci, baci, la complicità e l’alleanza di coloro (imprenditori, giornalisti, membri di istituzioni, professionisti di ogni settore, dirigenti scolastici, prelati, associazioni) i quali, a loro volta, troveranno molto più comodo non ostacolarli. Anzi. Al contrario. Persino collaborarci il più possibile. Vedrete proprio loro, in prima fila, invitati e resi protagonisti di ogni consesso persino su temi in netto contrasto con i loro stili di vita dacché tutti sanno esattamente di chi stiamo parlando e di cosa tali esponenti della peggiore politica e corruzione hanno fatto nel corso delle loro vicende di vita.

Ma la speranza di Giovanni Falcone non poteva finire così. L’anelito di giustizia e di legalità non può essere annientato. “Che le cose siano così, – disse Giovanni Falcone – non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche e cambiare, c’è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”. Arginare questa deriva, retaggio e pigrizia mentale che al sud ci fa’ dire persino “non ribellarti che tanto nulla cambia”. O ancora, che “tutto sommato, un buon amministratore può anche rubare se riesce ad essere un buon amministratore”. Trent’anni fa Giovanni Falcone, Francesco Morvillo e la scorta che morì con loro, così come accadde a Paolo Borsellino e alla sua scorta ci hanno lasciato un grande testimone, una responsabilità d’impegno e di bellezza che non si può disattendere. Giovanni aveva ragione: “possiamo sempre fare qualcosa”: è una massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato, di ogni poliziotto” e di ogni cittadino.

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