“Sono andata nel nostro Parco nazionale del Vesuvio. Cercavo me stessa ma mi sono persa…”

L’aria era calda e cercavo un po’ di frescura. Mi incamminai lungo il sentiero fino a raggiungere la sommità del monte. Un posto magico, molto brullo. Il verde delle fronde delle piante non curate da anni, o decenni, creava gallerie, quasi camminavo al buio. Si sentivano vari rumori che non sapevo distinguere, se uccelli nascosti nei rovi o serpenti. La mia curiosità superava la paura: volevo trovare il posto dove da bambina andavo a fare il picnic dopo il carnevale. Cinquant’anni sono passati, è tutto cambiato. Di solito è normale che i luoghi visti da piccoli li ricordiamo molto grandi, ma qua in questo posto s’è tutto rimpicciolito veramente. L’abbandono totale della terra mi incupisce, non si vedono né margherite selvatiche né papaveri, che erano così copiosi che creavano tappeti gialli e rossi. Qualche ginestra resiste ancora. Ho fatto qualche foto.

Mi trovo nel Parco nazionale del Vesuvio, tanto voluto dagli amanti della montagna, tanto desiderato dagli ambientalisti e così tanto dimenticato. Intravedo da lontano una macchina abbandonata, forse rubata, quasi coperta dal verde. Mi avvicino. Dove un tempo c’era un fossato o un precipizio adesso è pieno di spazzatura di ogni genere, mosche e moscerini, insetti di ogni specie svolazzano su questo marciume che emana un odore strano mai sentito. Come si è arrivati a tanto orrore? Ho trovato il luogo dove ci fermavamo io e i miei cugini per il picnic, non ci sono farfalle, non c’è più l’erba profumata che ci faceva quasi da tappeto, ma solo rovi spinosi e sporchi. Da qualche ramo pende qualche busta di plastica consumata dal sole. Sono riuscita a ritrovare il luogo perché pochi anni fa in quel posto fu messa una madonna, ché per vederla ho dovuto spezzare molti rami, mi sono graffiata tutte le braccia. Ai piedi della madonna mi sono fermata e ho pianto, non certo per i graffi o per la statua. Di fronte a tutta questa bruttura penso che qualcuno mi debba aiutare a trovare una soluzione, bisogna che chi ama il Parco o semplicemente la montagna si debba indignare. Non possiamo continuare a chiamare questo posto Parco nazionale del Vesuvio, ma bisogna chiamarlo col proprio nome: IL DEGRADO DELL’UOMO MODERNO, IL NOSTRO FALLIMENTO.

Rosa Abete

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la sala di monitoraggio del vesuvio e dei terremoti

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