di francesco de rosa
Ci vuole davvero una gran faccia tosta (per non dire altro) a voler ergersi a moralizzatore della città chi la città l’ha infangata. E promette ancora di gettare fango su tutti. Ci vuole una gran faccia tosta, senza dubbio, a definire “accozzaglia” tantissimi anastasiani che, stanchi del suo solito copione politico in stile anni 80, vogliono voltare pagina e battersi non certo contro chi ormai non fa “paura” nemmeno più alle mosche tanto ha amministrato male in questi ultimi e bui cinque anni. Gli anastasiani che non si riconoscono già da tanto tempo in questo lestofante della politica che la politica la fa da quando aveva 16 anni (e sarebbe pure ora di smettere) al solo scopo di ottenere visibilità, potere e benefici che la politica porta con sé in tutti i modi. L’accozzaglia, come spregiativamente viene definita da chi è stato condannato in Cassazione per aver chiesto soldi, in qualità di sindaco, (lo dice la sentenza) ad un imprenditore che aveva vinto una gara con un ricorso, vuole solo impegnarsi per il futuro di una città, la loro e la mia, abitata da tanta gente perbene che le vorrebbe dare un volto ed un clima diversi, un nuovo modo di vivere e vedere la politica. Tanto ha stancato questo soggetto che ha preso in ostaggio le istituzioni locali e che pure definisce tutti gli altri falliti tranne lui che è davvero il più fallito di tutti non capendo che il vero fallimento della vita è definire falliti gli altri con l’arroganza e la rozzezza che gli sono propri da anni. La mia amica, esperta in psicoterapia di soggetti fragili o con problematiche serie di connessioni con la realtà dice che molte volte ci si convince così tanto delle proprie idee del tutto distorte della realtà e di se stessi poiché non si è assolutamente più capaci di guardarsi allo specchio, di capire davvero le proprie miserie umane, le proprie storture, le voragini che si hanno dentro. Incapaci cioè di sostenere i contraccolpi dei propri fallimenti tanto da definire, per difesa e paura, tutti gli altri falliti. Non so se sia questo il caso. Eppure. Fosse solo una cattiva amministrazione che si crede la migliore del mondo sarebbe di certo il male minore. Nessuna amministrazione ha mai fatto davvero tutto quello che prometteva di fare. In realtà c’è ben altro ed è ben più grave.
Lo scandalo assoluto
Ciò che piuttosto è lo scandalo assoluto da cinque anni perpetrato contro le giovani generazioni, contro la città, contro il buon senso, contro la verità, contro il decoro e quella stessa legalità della quale il personaggio in questione va persino a parlare nelle scuole ai ragazzi (invitato da qualche dirigente sprovveduta e poco accorta) è che possa esistere una sentenza definitiva che lo riguarda, passata cioè ai tre gradi di giudizio fino alla Cassazione, di cui in questi cinque anni i cittadini anastasiani non hanno mai potuto leggere perché nessuno mai ha sentito la necessità di pubblicarla integralmente così come scritta a Roma dall’ottobre del 2020. Al contrario, c’è chi ha detto che il condannato camminava con le carte in tasca pronte a mostrarle ma mai mostrate per far intendere che era stato di fatto assolto. Che alla fine non c’era stata nessuna condanna. Così gli amici/supporter e qualche imprenditore che lo sostiene più di altri in tutti i modi arrivato, quest’ultimo, a dire persino che “c’è chi ha rubato ai ricchi e chi invece ha rubato ai poveri” come se rubare da sindaco fosse un fatto normale e si potesse fare anche la distinzione tra ricchi e poveri. Così anche nelle parole recenti di un video del condannato (quello di 16 minuti soprattutto) e di altri video che stanno seguendo a iosa quasi tutti i giorni in clima già da piena campagna elettorale pagati, quei video, non si sa con i soldi di chi (verificheremo) avendoli realizzati al Comune e con il logo del Comune in coda. Così il peggior scandalo è che quella sentenza riguarda l’esercizio di una funzione, quella di sindaco, che mentre la si esercitava, come tutti sanno, si chiedevano soldi ad un imprenditore dell’azienda dei rifiuti cittadini e si chiedeva di darli anche al “proprio” impiegato comunale anch’egli condannato che nelle intercettazioni rivelava ad Alfano tutto il meccanismo perverso e locale delle tangenti. E solo per la maestria che gli si riconosce da tempo in diritto penale ad un caro e conterraneo mio amico di vecchia data, Enzo Maiello, che non a caso è un noto docente di diritto penale presso la Federico II, si è riusciti ad ottenere ciò che molti suoi colleghi penalisti definirono già allora un “miracolo” per come erano avvenuti i fatti: far passare cioè il reato da concussione a tentata induzione indebita.
Ma la sentenza è stata chiara in primo, secondo e terzo grado ed è stata di condanna. Tuttavia Esposito è colpevole non solo per quello che è scritto nella sentenza qui pubblicata integralmente. Lo è, moralmente anche di più, per aver fatto credere agli anastasiani, durante questi cinque anni, che non ci sia mai stata una sentenza di condanna. Colpevole inoltre di avere fatto credere, all’epoca, all’imprenditore Nicola Alfano (come lo stesso racconta) persino di essersi sinceramente pentito come detto a lui in privato con tanto di risarcimento del danno di settemila euro in assegno circolare tranne dire poi il condannato, in pubblico, poco dopo, esattamente il contrario per farsi “pulito” e candidabile davanti agli anastasiani. Un gioco inqualificabile per chi deve guidare con trasparenza e lealtà una comunità e ricoprire un incarico pubblico così delicato e così serio per il quale si ricandida ancora una volta anche in questa prossima tornata elettorale. Ora però il gioco potrebbe essere arrivato al capolinea. Qualcuno (e lui stesso per primo) vorrebbe minimizzare, insabbiare tutto di quella condanna e far credere che si tratta di una vicenda ormai lontana, ma soprattutto che vi fu assoluzione e null’altro di grave emulando, pari pari, quel gioco tipico delle tre carte che facevano in piazza a Napoli gli ex carcerati sotto gli occhi di tutti, decenni fa, lì dove abboccavano i turisti e qualche sprovveduto di provincia che si recava nel capoluogo scommettendo e perdendo puntualmente soldi perché la pallina era sempre sotto un’altra campana che in verità era truccata sin dall’inizio. Attorno c’era persino la clak complice che versava banconote messe e rimesse in gioco dal gruppo stesso dei malavitosi.
Qui però il gioco può finire davvero perché nascondere la propria colpevolezza, la propria condanna per un reato commesso da sindaco per tentata induzione indebita (cioè aveva chiesto tangenti) è quanto di più grave possa esserci. Il gioco può finire perché non si può più tollerare che un condannato abbia mentito ancora nascondendo verità conclamate da una sentenza definitiva. Per giunta. Continuare a parlare di legalità ai ragazzi, ai cittadini e ai prossimi elettori. Buttando merda addosso a tutti per nascondere la propria. Minacciando persino di rivelare scoop d’illegalità e di fango contro chi sostiene un’alternativa e non vuole più vedere in quel ruolo (che deve rappresentare tutti) chi oggi ha già più di 70 anni ed è in politica dagli anni 70 del secolo scorso con lo stesso stile, la stessa identica spregiudicatezza, la stessa mediocrità, lo stesso modo di fare e di usare la politica come un mestiere, un proprio affare, la sua massima aspirazione di vita, il luogo ed il modo per fare clientela.
Il gioco, questa volta, può finire perché definire “accozzaglia” (prima ancora di entrare nel vivo della campagna) tantissimi anastasiani (giovani e meno giovani) che si stanno mettendo assieme per voltare finalmente pagina è da nemici della comunità e da amici solo del proprio potere “molto locale” che porta tuttavia enormi vantaggi di tutti i tipi. E così quando si ha paura di perdere e non si hanno argomenti convincenti dacché nulla ha fatto di convincente questa pessima amministrazione si ricorre al solito copione degli insulti, della denigrazione dell’avversario.
Il condannato “promette”, anche questa volta, in campagna elettorale, scoop, faville, nomi, cognomi e misfatti con il solito tono minaccioso di chi per primo butterà fango su altri che vuole distruggere perché gli danno fastidio. E intanto continua a nascondere, come da cinque anni, la sua sentenza definitiva di colpevolezza. Anzi. Dice che nessuna condanna mai c’è stata. Minimizza, la racconta a modo suo. E tace anche su qualche suo amico imprenditore con cui fa sodalizio e sponda in molti modi e da molti anni avendo lavoratori con contratti al ribasso rispetto alle ore di lavoro effettive, sfruttando quei lavoratori da anni. E che anzi elogia pure perché il vantaggio è diretto e personale se spacciato per orgoglio paesano.
Questa volta il gioco può volgere davvero al termine perché sempre meno anastasiani si fanno abbindolare dalle bugie, dalle bordate minacciose, dai reel già costruiti per la campagna elettorale pagati non si sa con quali risorse (che se fossero risorse pubbliche sarebbe un fatto assai grave). Una comunicazione trombazzante di campagna elettorale (come se il mandato fosse iniziato adesso) pagata chissà con quali altri costi oltre quelli pubblici già pagati in questi anni. Nel frattempo la sentenza è qui per intero perché i cittadini hanno diritto a sapere. A sapere che, per esempio, in fondo pagina 6 c’è il quinto punto (anch’esso respinto) del ricorso fatto in Cassazione a cui si allegò un DVD dove fu duplicata e incisa la mia intervista (unica fatta su tutta quella squallida vicenda) a Nicola Alfano nel suo ufficio in provincia di Salerno dove lo andai a cercare. Riporto in calce anche parti di quella intervista integrata con parti del video promo del condannato che pochi giorni fa parlava ancora una volta contro la stessa persona (Nicola Alfano) a cui in privato chiese scusa due volte: una affinché non si costituisse più parte civile e gli diede in risarcimento del danno un assegno di settemila euro. La seconda volta quando firmò altre scuse per far ritirare una nuova querela che Alfano aveva fatto contro di lui per un incontro pubblico durante il quale il condannato aveva detto il peggio contro Nicola Alfano. La politica, quella vera e sana, non può essere più il gioco delle tre carte. E quando i cittadini si accorgono anche quel gioco, così d’azzardo, prima o poi finisce davvero. Il paese ha perso da anni con questo soggetto elefantiaco che ha preso in ostaggio la politica locale moltissime occasioni di crescita e coesione. Ha perso la dignità, il decoro, la legalità, la decenza, la fiducia nelle istituzione. La possibilità di leggere una sentenza chiara di colpevolezza arrivata al terzo grado di giudizio. E di ascoltare con voce piena tutte le intercettazioni portate in processo e anche quelle escluse per vizi di forma. Ora la città deve solo ricuperare tutto quello che ha perso e a piene mani in questi anni.
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Che cos’è la tentata induzione indebita
L’induzione indebita a dare o promettere utilità è il reato del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, induca qualcuno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità anche di natura non patrimoniale. La legge 6 novembre 2012 n. 190 (“Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”), ha distinto il reato di concussione all’art. 317 c.p. da quello di induzione.
Il delitto di induzione è realizzabile tanto dal pubblico ufficiale quanto dall’incaricato di pubblico servizio, che «abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induca taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità». La presente fattispecie era in precedenza sussunta nel reato di concussione (art. 317 c.p.), ma a differenza della concussione, qui viene punito anche il soggetto passivo indotto, sebbene con una pena più mite.
Anche grazie a tale elemento, si è sottolineato che la differenza fondamentale tra concussione ed induzione indebita sta nel fatto che nella prima figura vi è un abuso costrittivo del pubblico ufficiale, attuato mediante violenza o minaccia di un male ingiusto e notevole, da cui deriva una grave limitazione, seppur senza un totale annullamento, della libertà di autodeterminazione del destinatario.
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Ecco il video con le dichiarazioni di Nicola Alfano e quelle del condannato
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