La domanda “corre” in fretta. E se il nuovo DDL sulla caccia mirasse anche a sdoganare gli allevamenti intensivi e un maggior consumo di carne? Dietro il dibattito sulle doppiette e la fauna selvatica si nasconde un’alleanza strategica molto più ampia e silenziosa: quella tra le lobby venatorie e i giganti dell’industria della carne.
gli occhi di pasquale | la rubrica di pasquale abete |
Il vero obiettivo di questa legge potrebbe essere puramente culturale, diretto soprattutto alle nuove generazioni: trasformare il cacciatore da figura tradizionale a un asettico “operatore tecnologico” o “regolatore della natura”. Ma proviamo a fare un passo avanti nel ragionamento. Se educhiamo i giovani a pensare che la natura non sia in grado di autoregolarsi e vada “gestita” con le armi, e che gli animali selvatici siano solo problemi tecnici, pericoli stradali o vettori di malattie da contenere per proteggere la zootecnia, e che
la vita nei boschi sia subordinata alle esigenze economiche dell’uomo… allora, per logica conseguenza, diventerà del tutto normale e accettabile anche l’esistenza degli allevamenti intensivi e un consumo di carne sempre più spinto.
Se l’animale libero viene ridotto a un oggetto di gestione e controllo, l’animale rinchiuso nei capannoni perde ogni status etico e diventa pura merce. In questo modo, la scelta profonda e consapevole di chi decide di non cibarsi di carne per motivi etici rischia di essere isolata e percepita culturalmente come un controsenso.
Mentre la generazione che ha guidato le grandi battaglie ambientaliste ed etiche (quella dai 50 ai 70 anni) cede il passo, il vero pericolo è che l’indifferenza e la disconnessione dei più giovani dalla natura reale lascino spazio a questa visione puramente industriale della vita. Non si tratta solo di una legge sulla caccia, ma del modello di mondo che vogliamo consegnare al futuro.
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