“10 domande per…” è il titolo di una rubrica che abbiamo voluto aprire sul nostro portale. Ogni volta facendo tappa in qualche segmento della vita civile, sociale, culturale o, come in questo caso, politica della città. La inauguriamo con i temi della politica ed un protagonista che non ama mettersi in vetrina ma che pure è presente da anni in prima linea e lo è ora.
Medico, specialista in neuroradiologia diagnostica ed interventistica, Francesco Savarese, nato a Sant’Anastasia il 21 settembre del 1962, ha lavorato per circa 30 anni nel Sistema Sanitario Nazionale passando, da poco, al settore privato. Molte le sue passioni giovanili: dalla fotografia alla lettura, al giornalismo. Impegnato in passato nel sociale sul fronte ecologista, delle politiche sociali e della promozione culturale. Ha guidato in questi anni, fin dove ha potuto e in ogni caso fino al prossimo ottobre, la segreteria ed il percorso del Partito Democratico a Sant’Anastasia: tortuoso, variegato, difficile. Ma pur sempre il cammino dell’unico partito ancora strutturato e nazionale presente nella città vesuviana.
A Francesco Savarese abbiamo voluto rivolgere, per inaugurare la rubrica “Dieci domande per…” quesiti del tutto orientati al momento politico locale. Dal risultato delle recentissime elezioni ai fragili equilibri nel PD locale, ai suoi convincimenti su Sant’Anastasia e sui suoi mali endemici. In questi giorni al centro, suo malgrado, di un vociare indistinto, tipico dei contesti politici locali che fanno spesso tempeste in bicchieri d’acqua, Francesco Savarese non ha nascosto i problemi per amor di diplomazia pur avendo l’obiettivo preciso di fare in modo che Sant’Anastasia a guida Mariano Caserta con dentro il PD ritornato al governo della città possa andare lontano e cambiare il suo volto .
Sarebbe mai riuscito, secondo lei, il PD da solo, come stava per accadere, a riconquistare dopo quasi venti anni, il governo della città di Sant’Anastasia se non si fosse alleato con le civiche del sindaco Mariano Caserta?
«Con i se e con i ma si fanno solo ipotesi, che valgono per quello che sono. Rimangono però i numeri, il loro significato nella matematica elettorale e lo scenario pre-elettorale noto a tutti. Il PD da solo sarebbe arrivato terzo (almeno) su quattro candidati e avrebbe dovuto ragionare successivamente sull’appoggio alla coalizione di uno dei due contendenti al (sicuro) ballottaggio, ritrovandosi così nello stesso schieramento in cui si è presentato ma in una situazione completamente diversa. Credo inoltre che il “ballottaggio anticipato” al primo turno abbia influito (e non poco!) sul risultato finale. Non a caso anche il sindaco uscente ha ammesso solo dopo la presentazione del PD in coalizione che “le elezioni si possono anche perdere”: concetto semplice ma mai espresso prima».
Segretario Savarese, chi ha sbagliato e cosa è stato sbagliato nella gestione della nomina “sofferta” ad assessore di Mario Morcone, scelta dalla segreteria metropolitana per contrasti tra le “anime” locali, ma che oggi rappresenta senza dubbio e a tutti gli effetti il PD, con una figura di primo piano che è anche vicesindaco della città?
«In risposta alla richiesta del sindaco di una “nomina politica” che assumesse anche la carica di vicesindaco il partito locale, rappresentato dal segretario, ha proposto innanzitutto ai due eletti di assumere questo incarico: ed entrambi hanno declinato la proposta. A seguire è stato preso in considerazione chi, per consensi ricevuti, avrebbe potuto essere tranquillamente al posto di uno dei due eletti, rappresentando pienamente il PD in consiglio comunale. Il nome proposto era solo la risultanza di questa considerazione politica e null’altro. Ha sbagliato innanzitutto chi si è opposto a questo ragionamento ed al nome in sé (minacciando anche l’uscita dalla maggioranza) in una posizione rigida e preclusiva di ogni confronto con la segreteria, travalicando i ruoli istituzionali (che non attribuiscono agli eletti il compito di nominare gli assessori). Ha sbagliato il sindaco (che sicuramente ha la prerogativa unica di nomina degli assessori) a raccogliere questa provocazione, cercando di aggirarla attraverso il coinvolgimento (sconsigliato vivamente) degli organi di partito sovracomunali, con il solo intento di preservare la sua tranquillità nella maggioranza consiliare. Hanno sbagliato inoltre i “gruppi di interesse” locali che, invece di cercare di ricomporre la frattura, hanno pensato di approfittare di questa situazione per poter “piantare una bandierina” che gli desse un po’ di visibilità. Certo è che il caos che ne è risultato ha delegittimato alla fine tutti i soggetti coinvolti, dando una pessima immagine della nuova amministrazione (assolutamente immotivata) e regalando all’opposizione argomenti di critica che sicuramente non meritava».
La città vi osserva da sempre, Osserva partiti, liste civiche, persone ed azioni, le parole e lo stile. E chiede ad essi, sempre, soprattutto se partiti strutturati come lo è il PD, coerenza, tutela del bene collettivo. Che messaggio arriva agli iscritti di un partito come il PD e agli elettori quando chi milita al suo interno e ricopre ruoli, a qualsiasi livello, antepone le visioni e le iniziative personali a criteri e decisioni prese che debbono tutelare la democrazia interna, il pluralismo ed il bene del gruppo politico che si rappresenta ma anche della collettività in cui si vive?
«Quando singole iniziative personali o di gruppo prevalgono sui percorsi statutari, il danno non riguarda chi ricopre temporaneamente un incarico ma investe l’intera comunità politica. Delegittimare il ruolo del segretario locale, degli organismi dirigenti sovracomunali o delle sedi deputate al confronto significa indebolire il partito stesso e creare un precedente che, domani, potrebbe colpire chiunque. In questo si esprime la gravità del gesto dei consiglieri che non si sono presentati alla prima convocazione del consiglio comunale: la contestazione di una decisione assunta in un confronto con la segreteria provinciale (al quale pure avevano partecipato) in virtù di una autonomia di giudizio derivante da un mandato diretto degli elettori, che si può ammettere in un soggetto civico ma è assolutamente incomprensibile in un partito politico».
Da cosa si deve liberare questa città che porta avanti da decenni un modello di confronto politico, ben rappresentato anche dallo stile aggressivo dell’ex Esposito sia prima delle elezioni, quando era al governo della città, che ora stando in opposizione?
«Dovremmo tutti abbandonare un’idea di confronto politico che oggi si avvicina più al tifo da stadio che al civile confronto di idee. Credo che le proprie convinzioni vadano affermate e difese in ogni sede e, se necessario, anche in modi appassionati, ma mai violenti o non rispettosi dell’altrui diritto di parola (Odio mortalmente la tua idea ma combatterò perché tu possa esprimerla cit.). La politica non deve farci amici per forza ma non deve in nessun modo trasformarci in nemici naturali: cosa che purtroppo sta accadendo troppo spesso. L’ostacolo che impedisce a questa città di fare comunità e rispettare i ruoli rispettando anche le persone, parte dalla convinzione errata, ma diffusa in molti contesti culturali (familiari, politici, religiosi….), di essere i depositari principali (quando non esclusivi!) della verità, della moralità e della saggezza. Questa deleteria fascinazione di superiorità ha avvelenato il confronto fra le varie realtà che, in modi diversi, oggi operano nel tessuto sociale e culturale della città. Nasce da radici antiche, che non molti conoscono bene e che, forse, chi ancora ricorda vorrebbe che fossero dimenticate».
Chi sono i nemici di Sant’Anastasia?
«Tutti quelli che la considerano un palcoscenico su cui recitare una parte da protagonista che, altrove, non gli sarebbe concessa. Tutti quelli che, convinti di avere il coltello dalla parte del manico, non si fanno scrupoli di approfittare di congiunture favorevoli per imporre i loro interessi e quelli del loro clan (convinti in autoassoluzione che tanto, tutti farebbero lo stesso!). Tutte quelle “brave persone” che preferiscono non sporcarsi le mani e considerano la politica “una cosa da cui stare lontani, perché frequentata da quelli che fanno solo i loro interessi” e si limitano a pontificare dall’alto di uno status che hanno costruito (o magari ricevuto!) proprio grazie alla contiguità con ambienti politici locali e non. Tutti quelli che, convinti della loro “buona fede” e del loro finto perbenismo, considerano lecito e opportuno ogni mezzo (Il fine giustifica, d’altronde!) per attuare i loro progetti. Che questo distrugga lo stesso contesto sociale che li ha fatti crescere o che annulli rapporti umani e familiari di antica data poco importa: solo il fine vale! I veri nemici, a volte hanno facce più familiari di quanto ci si possa aspettare.
Il PD è da rifondare, da chiudere, da affidare ad altri, da isolare o da aiutare se tutti al suo interno cercano meno il proprio personale vantaggio e molto di più il valore di un partito che è anche comunità e luogo della politica inclusiva?
«Il ruolo dei partiti nella società civile è in profonda evoluzione ma, ora più che mai, emerge il bisogno profondo di soggetti sociali capaci di gestire i grandi mutamenti di cui siamo spettatori. Personalmente vedo un bisogno crescente di rappresentatività, soprattutto fra quelle fasce sociali fragili che stanno diventando sempre più marginali ed invisibili. In questo contesto ogni soggetto politico perso in una comunità è una perdita che colpisce tutti. Voglio sperare (anche contro ogni evidenza) che il PD ritrovi la sua anima e che svolga il suo ruolo insostituibile per la comunità locale. Chi deve essere a guidarlo lo decidono gli iscritti con le regole democratiche che si sono dati, ma quale sia il ruolo e l’obiettivo di un soggetto politico come il PD è scritto nel suo dna e non deve essere snaturato da nessuno».
È stato, secondo lei, il PD in tutti questi anni, almeno due decenni, un circolo chiuso impegnato nella lotta tra bande rivali o, al contrario, una presenza che ha stimolato la città comunque all’inclusione, alla comunità, all’attivismo civile?
«Il PD di S. Anastasia, con i suoi iscritti, aderenti e simpatizzanti ha avuto un ruolo da protagonista nella vita politica di questo paese, anche a dispetto della sua lunga assenza dalle posizioni di governo. Le donne e gli uomini del PD sono stati sempre presenti nei grandi appuntamenti politici a cui siamo stati chiamati. Le raccolte di firme contro l’Autonomia Differenziata, le mobilitazioni in difesa della Costituzione e, da ultimo, il referendum sulla Giustizia. Negli ultimi due decenni quello che è stato fatto per la Cultura o le Politiche Sociali ha sempre visto il sostegno convinto del popolo PD. Quando questo impegno si è affievolito siamo inevitabilmente scivolati nelle diatribe intestine alimentate dalle solite ambizioni personali che da sempre sono il fulcro delle divisioni interne».
Che cosa si gioca Sant’Anastasia con la elezione a sindaco e la buona riuscita dell’era di Mariano Caserta e di una nuova compagine politica e sociale a cui si chiede di voltare pagina, stile di politica, cambio d’orizzonte?
«Queste elezioni hanno visto una drastica riduzione dell’età media degli eletti in consiglio comunale, non solo del sindaco. Per l prima volta i giovani sono tornati a votare ed hanno votato i giovani, dando inizio a quello che davvero può essere il cambio generazionale da molto atteso. L’entusiasmo e le idee nuove possono davvero essere l’elemento nuovo della politica locale, ma bisogna essere attenti perché da sole non bastano. La nuova generazione di amministratori deve poter amministrare imparando a farlo, deve avere la collaborazione di chi la macchina amministrativa la conosce e non deve cedere alla tentazione di un progresso che abbia come solo obiettivo di “mandare i vecchi a casa”. Questa amministrazione ha in mano le carte migliori che potesse sperare: che vinca o perda la partita dipende però da come saprà giocarle».
Come la mettiamo, secondo lei, con il danno che i social media stanno facendo tutte le volte che fanno linciaggio, falsificazione, ironia stupida a comando, aggressione e così facendo invece di creare comunità la distruggono amplificando il danno di bande, esaltati pagati, account falsi e tanto altro?
«I social, come tante altre realtà, sono solo strumenti. Tutto il bene o tutto il male che possono fare dipende solo dalle mani in cui finiscono, dalla maturità di chi li usa e dalla responsabilità di chi li controlla. Certo il cinismo e la spregiudicatezza di certi soggetti sicuramente non aiuta. Di sicuro dobbiamo tutti staccarci ogni tanto dalle tastiere e ritornare a guardare negli occhi i nostri interlocutori, anche se questo comporta un po’ di fatica in più».
Segretario Savarese che cosa le lascerà in eredità l’esperienza vissuta all’interno del suo partito da segretario impegnato in questi anni a trovare e far trovare al partito stesso unità e coesione?
«La mia candidatura a segretario nasce da una esplicita proposta di “elaborare una linea politica che pratichi l’unità e consenta la più ampia condivisione, anche e soprattutto, nella chiarezza di posizioni diverse” come dichiarato nella mozione congressuale con la quale sono stato eletto. Lungo il percorso che ci ha portato dal congresso fino alla situazione attuale abbiamo dovuto constatare che le varie “parti” non hanno avuto assolutamente come priorità l’unificazione del “partito” ma anzi ognuna di esse ha difeso caparbiamente la sua area di appartenenza, a discapito di un progetto condiviso. Alla fine di questo percorso mi porto dentro la sensazione di aver partecipato concretamente alla vita ed al progresso di questa comunità, con la serena convinzione di aver sempre cercato di farlo nel migliore dei modi e con la obiettiva constatazione di non esserci sempre riuscito. Un mio maestro diceva sempre che i medici (ma vale per tante altre categorie) si dividono in medici buoni, che sbagliano poco, e medici cattivi che sbagliano molto; poi ci sono quelli che si illudono di non sbagliare mai, ma sono una categoria a parte, indegna di considerazione. Io penso che anche in politica sia così».
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