di francesco de rosa
Sant’Anastasia, provincia di Napoli. Dicembre 2010. Il mese del Natale era iniziato da poco. Anche una nuova amministrazione comunale aveva iniziato, da qualche mese, il suo percorso nel paese dei miei natali. Il clima era quello solito. La guida identica ed uguale ad oggi. Offese, contumelie, un modo di fare politica, di parlare e di agire nella politica e nelle istituzioni arrogante, aggressivo, irrispettoso di tutto e di tutti tranne che dei propri interessi e verso le persone da cui attingere beni ed altro. Quell’anno mi ero, ancora una volta, chiamato fuori dall’impegno politico diretto nonostante un gruppo di ragazzi guidati da Antonio Federico Ricco con cui avevo trascorso la migliore gioventù aveva costituito un gruppo facebook dove mi chiedeva e chiedeva di candidarmi a sindaco di Sant’Anastasia. Era stata una sorpresa per me, di quelle vere. Di quelle che ti mettono a pensare per davvero. Di quelle che mi avrebbero costretto a dismettere i panni di chi racconta in libri ed altro ciò che accade per costituite una bandiera che si doveva muovere, notare e farsi notare in politica. Avevo già scritto i libri su e con il boss Raffaele Cutolo e l’altro su e con Licio Gelli. Ma un altro “baldacchino” in politica locale non mi andava di costruirlo attorno a me seppur sotto l’egida della legalità e della novità.
Allora come oggi, ne ero convinto, la mia città come tante altre non ha bisogno di eroi solitari, di individualisti che cercavano e cercano piedistalli o candidature a sindaco come fosse gloria, titolo accademico, ma qualcosa di molto più necessario seppur complicato e complesso. Ci voleva e ci vuole una vera comunità di persone, una leadership diffusa, una democrazia partecipata per mandare a casa e ringraziare con gioia chi è stato da troppi decenni sempre in mezzo e dentro la politica palesando a bandiera e giustificazione la propria passione politica che è una vera occupazione dei luoghi della politica. Decisi così, con quel gruppo di ragazzi, di fare una serie di incontri per capire se l’ipotesi era praticabile ma soprattutto per capire chi erano gli altri “competitor” che avevano già deciso da soli (come oggi) e con i loro gruppi di candidarsi a sindaco.
Passammo in rassegna tutti coloro che da anni stanno sempre lì. Compreso chi poi sarebbe stato eletto che di politica campa. Le elezioni le vinse esattamente allo stesso modo. Con la stessa arroganza, aggressività, gli stessi insulti che facevano parte all’epoca, esattamente come oggi, dello stesso modo di fare e della stessa persona.
Il mio lavoro invece mi chiamava ad impegno fitto e mi interpellava a nuove progettualità. L’azienda economicamente più ricca della città dei miei natali, quella guidata dall’imprenditore Piccolo, fino ad allora restato alla larga dagli schieramenti politici dacché ben prima che creasse un sodalizio “mortale”, singolare ed insolito con il peggiore dei sindaci locali, mi aveva chiesto di guidare la comunicazione ed il marketing della sua impresa e, congiuntamente, di creare tutti gli eventi che hanno fatto la storia di quell’azienda, fidelizzando clienti, determinando quel monopolio temporale nel settore della GDO locale che vende il bene più quotidiano ed indispensabile: il cibo. Così nelle prossimità di quel Natale 2010, ad elezioni già avvenute, volli coinvolgere le scuole della mia città e i loro alunni con una rassegna di cori gospel e di percorsi in un luogo degli eventi ch’era lo stesso quartiere del primo punto vendita di Piccolo. Lo stesso luogo dove l’estate di quello stesso anno avevo ideato dal nulla e condotto “suoni&migrantifestival”, un festival di percorsi, testimonianza, musiche e culture antropologiche affinché “chiunque in ogni posto del mondo non si dovesse sentire mai straniero“. Un nobile intento, cinque serate domenicali e grandi ospiti musicali con una gara tra esperienze oriunde che mettevano in luce i giovani talenti, la filantropia e la musica popolare e folk della tradizione. Tra molti altri artisti passarono sul palco i compianti Giovanni Sgammato e Marcello Colasurdo. E poi i Rarecanova, Gerardino Amarante, Tony Cercola, Maria Nazionale, Gatto Panceri, Sal Da Vinci e tanti altri arrivando alla serata finale nella prima domenica di settembre del 2010. Con il parcheggio di quella azienda che diventò ogni domenica d’agosto una piazza gremita di gente.
Poche settimane dopo, era dicembre, volli riproporre eventi simili in clima natalizio e pioggia permettendo. Curati con cura, pensati per aggregare. Tutte coloro che allora erano le dirigenti scolastiche della città, tutte donne di lungo corso nella scuola, avevano dato la loro disponibilità ad un mio invito per il loro coinvolgimento e quello dei loro alunni negli eventi. Senza sapere io che, in quegli stessi giorni, stavano negando la loro disponibilità a chi faceva (e fa), molto indegnamente ed inopportunamente, il sindaco della mia città natale che voleva organizzare altri eventi con gli alunni. Tanto bastò che chi amministrava (e amministra ancora) Sant’Anastasia decise di telefonarmi immaginando avessi tramato contro di lui. Una telefonata (che non sapeva lui venisse registrata) per rivolgermi i peggiori insulti, offese becere, un linguaggio nauseabondo ed aggressivo che nemmeno il capo clan dei camorristi di Casal di Principe, Michele Zagaria, aveva scelto ed usato, nel novembre del 1998, quando telefonò al Corriere di Caserta per parlare con il collega giornalista Carlo Pascarella, cronista, allora ventiquattrenne, che si occupava e scriveva di camorra. I due camorristi e padrini latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine erano in lotta tra loro per la successione e Carlo Pascarella ne aveva dato notizia sul suo giornale. Come loro e molto peggio di loro l’attuale amministratore di Sant’Anastasia, si era impressionato e aveva deciso di telefonarmi ritenendomi colpevole di non so quale trama avversa. Ancor di più perché, qualche mese prima, avevo pubblicamente criticato un bicentenario festeggiato con un programma culturale e molti soldi buttati via per celebrare la nascita del Comune di Sant’Anastasia avvenuta 200 anni prima. Eventi culturali che lui aveva deciso di affidare per intero ed esclusivamente al neurologo Luigi De Simone che gli aveva portato un pacchetto di voti, fatto spalla e comizi e indotto a giurare che tutta la cultura a Sant’Anastasia dovesse avere la sua regia e la sua firma come da sempre con lui. Io mi ero permesso di criticare quel bicentenario diventato il programma di De Simone più che di Sant’Anastasia e lo avevo fatto pubblicamente sul mio profilo facebook. Così il peggiore dei sindaci anastasiani se lo era appuntato pensando volessi parcella e compito anch’io come sua natura gli suggeriva. Provate a questo punto a sentire entrambe le telefonate (quella di Zagaria e quella dell’amministratore locale indegno) e dopo che ne carpirete la differenza tutta a favore di Zagaria vi racconterò anche come andò a finire nel caso che mi coinvolse a Sant’Anastasia…
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Come andò a finire…
Quel che avvenne dopo non l’avevo mai dettagliato se non molto sommariamente nel video stesso che riporta la telefonata pubblicata sul mio canale youtube sei anni fa. Chi mi aveva telefonato ed insultato non poteva sapere di essere registrato come accadeva a qualsiasi criminale, in quel periodo, mi telefonasse poiché già soggetto io a minacce negli anni prima e dopo la pubblicazione di alcuni dei miei libri nei quali raccontavo massoneria e camorra. Senza quella telefonata sarebbe accaduto come con tutti gli altri e in tutte le altre occasioni: semplicemente la mia versione contro quella di un amministratore locale che, ancora oggi, se incontra la verità per strada non sa com’è fatta e cos’è. Uno che per prassi (ha ragione in questo oggi Mario Gifuni che pure gli ha consentito di rifare il sindaco dal 2020 ad oggi per soli 600 voti di scarto) ha rivolto dal lontano 2010 i peggiori e più squallidi insulti a diversi impiegati della casa comunale, ad avversari politici defunti e viventi, a me, a Ciro Colombrino, a Gabriella Bellini e ad altri soggetti tutte le volte che sono stati liberi e scomodi. Lo stesso, identico linguaggio, lo stesso atteggiamento intimidatorio e meschino.
Eppure in quella circostanza del lontano 2010, avvisarono lui frettolosamente della mia registrazione tanto che mise in moto ogni espediente. Venne coinvolto, assieme all’imprenditore Piccolo oggi suo fedele ed alleato “sostenitore” in ogni senso, un mio amico che nella Polizia di Stato si era distinto per zelo e passione che credeva in quel suo “pentimento”. E godeva della mia stima per il suo impegno in Polizia. L’imprenditore Piccolo, con cui in quegli anni lavoravo, aveva tutto l’interesse affinché io non mi recassi presso la Procura della Repubblica per portare quella telefonata e sporgere querela. Avevano, l’imprenditore ed il peggiore politico locale, tutto l’interesse a creare, da quel momento in poi, un legame forte per tutelare i loro reciproci interessi, a “regolarizzare” abusivismi edilizi, a condonare manufatti, a modificare la vocazione di terreni e, soprattutto, ad avere una porta sempre aperta ad ogni reciproca richiesta. Così il ragionamento/mantra di quel momento era. “Lo hanno votato da poco. Una tua denuncia con la prova inequivocabile della telefonata lo metterebbe subito in difficoltà e, probabilmente, gli farebbe rischiare il ruolo che ha appena avuto per il quale lavorava da una vita”.
Il giorno dopo quella telefonata fui invitato ad un incontro de visu. Sarei dovuto recarmi presso gli uffici della casa comunale e raccogliere le sue scuse ufficiali. Un invito che rifiutai con determinazione e fastidio. Se c’era qualcuno che doveva muoversi a chiedere scusa doveva farlo non certo nel suo ufficio pubblico comodamente ed indegnamente seduto su una poltrona anch’essa pubblica. Mi fu sottolineato che le scuse erano davvero sincere. Che si era trattato di un momento di rabbia incontrollata. Sapevo che non c’era nulla di vero e di sincero in quelle scuse. Che chi è di quella natura di quella natura resta. Dopo una mediazione strategica ed interessata accettai che l’incontro avvenisse con “i piedi per terra” e all’aperto, sopra il marciapiede che è giù al palazzo del Comune lì dove avvenne esattamente la sera dopo quella telefonata. Il soggetto farneticò discorsi senza senso, recriminò scorrettezze che addossava all’Arma dei Carabinieri, abbozzò le scuse nemmeno a chiare lettere né esplicitamente palesate. Io gli dissi che i suoi modi di fare erano semplicemente vomitevoli. Che se voleva essere all’altezza del ruolo che aveva chiesto alla mia città ed ottenuto con il voto degli anastasiani doveva smettere di ingiuriare chiunque fosse a lui contrario. Che doveva imparare a rispettare la democrazia e gli altri piuttosto che fare mobbing agli impiegati comunali di cui sapevo bene. Che quelle scuse non fossero sincere è stato poi dimostrato con il tempo e qualche conferma postuma. Furono solo il tentativo estremo e necessario di non farsi querelare, di salvarsi il ruolo ed altro, la reputazione e la rendita. Lo aiutarono a farlo i sodali che erano lì. Tuttavia quel che mi convinse a fermare quella sera quella sporca storia di politica locale non furono né lui, né loro, né il “nano malefico” né un gigante delle bufale. Fu solo la mia voglia “zero” di speculare sulla vicenda né l’idea di diventare io eroe di legalità una volta sotto il fascio luminoso dei riflettori della cronaca il momento dopo in cui quella telefonata sarebbe stata portata da me in Procura.
Ebbi solo l’immensa voglia, quella sì, di stare lontano in quel momento da un personaggio di un così tale profilo che, di fatto, solo tre anni dopo sarebbe stato arrestato in flagranza di reato. Arrestato davanti ai miei occhi in una strada poco lontana dal cimitero di Pomigliano d’Arco. Con le auto dei “ragazzi” di Castello di Cisterna che sapevano e lo avevano intercettato e seguito. Ch’erano davanti alla mia auto quella mattina di sabato 14 dicembre 2013 per realizzare un’operazione di cui molti di noi e di anastasiani, già prima, avevano fatto pronostico. Una vicenda che mi ispirò per dovere etico e senso civico a scrivere uno dei miei altri libri d’impegno civile dal titolo “Il tangentista. Storia di un sindaco che viene arrestato per tangenti e condannato. Di chi lo sostiene ancora, di chi lo paga, di chi lo rivota.” che tanto ha dato fastidio a lui e al suo sodale imprenditore di sostegno e supporto. Un libro che faceva eco ad un altro mio libro che avevo già scritto e che è decisamente più corposo in numero di pagine e porta titolo “Gli anastasiani. Indagine al di sopra di ogni sospetto”. Una storia triste e squallida quella della telefonata e della mia città, avvenuta appena tre anni prima dell’arresto e diventata negli anni ancora più triste e squallida.
Molti altri risvolti, con prove documentali e dettagli ulteriori, verranno fuori presto. Ora è il momento di farlo. Perché chi tace è connivente. Perché chi sostiene e vota il marcio è marcio anch’egli/ella. Perché la libertà di pensiero e di azione può essere lesa e, per qualche tratto di vita, persino limitata ma può anche essere riconquistata. E quando accade la si deve esercitare sempre. Perché raccontare e sapere la verità è un diritto di tutti e ancora di più di chi ha scelto di fare un certo mestiere, un certo modo di stare al mondo. Perché ci sono dei legami strettissimi e molto sospetti tra certi politici e certe imprese che vanno raccontati e dettagliati e anche indagati per amore di giustizia e legalità. Perché in tutti i luoghi dove sta il marcio dobbiamo portare luce e combatterlo. Perché nessuno deve essere lasciato sotto il ricatto e l’insulto di altro/i. Tanto più se questi sono pregiudicati o coloro che imbrogliano e sfruttano da anni persone, imprese, lavoratori e istituzioni che sono sacre e di tutti. Infine, perché abbiamo il compito di voltare pagina se questa pagina è sporca ed insulsa da troppo tempo.
Eppure ciò che quel giorno restò incompiuto è lì, dietro di noi per sempre: quella denuncia/querela che avrei potuto e dovuto fare e che non feci. Che, quella volta sì, avrebbe potuto interrompere sul nascere un percorso diabolico che dura ancora oggi. Un clima fatto di pochezza umana e di violenza nei modi di fare e nelle parole, di legami stretti ed innaturali tra certa politica e certa impresa. Di bugie su bugie. Di atteggiamenti, azioni e parole che non hanno portato nulla di buono alla mia comunità. Anzi. Solo il peggio assoluto… .
Non abbia nessuna paura di uscire di casa Mario Gifuni. La città sana lentamente si sta ribellando. La città che si è bevuta le bugie ed il vittimismo messo in scena ad arte in questi anni forse sta capendo. Si può seguire la persona sbagliata per anni ma se ti accorgi che è il peggiore hai il dovere di reagire e di cambiare. Lo dico a chi lo ha votato, a chi lo supporta in consiglio comunale, a chi gli consente di proseguire e costituire una maggioranza pur se risicata che è decisa minoranza nel paese. Questa pessima commedia di periferia potrebbe giungere al termine se i conniventi e coloro che hanno avuto la loro fetta di torta, di comodità e visibilità in questi anni (preti, frati, monaci, dirigenti scolastiche, professionisti, medici, avvocati, associazioni, commercialisti, nullafacenti, politicanti, artisti e registi, lacchè, servi e servili) si ravvedono davvero per il bene comune e non solo per il loro interesse personale. Non dico i seguaci e tifosi né quelli della stessa specie corrotta ma i cittadini dotati di buon senso, quelli liberi, quelli animati di discernimento, di senso civico e del dovere di cui questa città ha un bisogno vitale se non vuole continuare a morire ogni giorno di più sotto i colpi di mille insulti, astio, vittimismo, bugie e di molti altri affari sospetti e loschi.
