di antonio de simone | sociologo


È lunedì 5 ottobre, sono da poco passate le diciassette, mi sembra di percepire, da lontano, qualcosa di rumoroso, unico e continuo che si amplifica fino ad essere assordante. Adesso è chiaro, sono batterie di fuochi d’artificio; man mano che i minuti passano, proseguono senza sosta, sembra che non si vogliano più arrestare. Qualcuno festeggia, mi dico, deve trattarsi di un evento importante. Poco dopo mi decido ad uscire di casa, devo andare in piazza a fare degli acquisti. Lì trovo la conferma e il motivo di quanto stava accadendo: davanti a me un corteo di diverse decine di persone, forse un centinaio, si avvia, festoso e osannante, verso il palazzo comunale.

Mi dico: potresti scrivere qualcosa a riguardo. Un’altra voce, dentro di me, mi fa da contraltare: ma per chi e perché scrivere? Potrebbe essere una serata come tante, anzi è una serata come tante altre, conclude questa seconda. Infatti, a pensarci bene, cosa sarebbe accaduto di nuovo? E soprattutto come dovrei raccontare gli avvenimenti di oggi per non cadere in luoghi comuni, in spiegazioni già note? Potrei, piuttosto, fornire chiavi d’interpretazione che aprano a nuovi, interessanti scenari.  Per dirla tutta, dovrei produrre un’analisi del cosa  ha determinato il tessuto sociale della nostra città (e il suo personale politico) e come si sia realizzato a partire dal secondo dopoguerra ad oggi. Questo excursus socio-antropologico, per adesso, lo risparmio a Voi e a me!  Certo, vi chiederete, basterebbe raccontare gli ultimi accadimenti, le ragioni che hanno determinato il risultato di chi ha vinto.

Ed io aggiungo, potrei dire la mia su quelli che, frequentando la politica locale per un breve periodo, quello elettorale, guidati quasi certamente da buone intenzioni, si sono sentiti delusi, forse anche traditi, a seguito del risultato raggiunto. Oppure potrei raccontare di altri, quelli che da qualche tempo frequentano la politica locale (quasi fosse una dependance della propria casa) e che, nonostante ciò, sono andati diritti verso una prevedibile e oggettiva sconfitta (e tentano di trasformarla in una vittoria politica). Pensandoci bene potrei rivolgermi a quelle persone che hanno compreso quale danno, producono alla crescita sociale quei politici che propongono posizioni pre-confezionate, aliene dalla natura dei fatti. Che con questi tipi di approcci, di fatto, creano alibi a se stessi (nell’attesa dei probabili fallimenti). Propongono facili (superficiali) soluzioni, non preoccupandosi minimamente di calcolare il contraccolpo che farà seguito al mancato raggiungimento del risultato: un’inevitabile deriva di rassegnazione, un ulteriore allontanamento dalla politica.

Il mio pensiero, per un po’ si allontana da questa perniciosa scelta, mi riporta alla mia gioventù, ai miei insuccessi elettorali. A quei tempi, militante della FGCI e poi del PCI, dopo ognuno degli insoddisfacenti responsi delle urne, motivavo l’accaduto sempre allo stesso modo. Per me era evidente che la maggior parte dell’elettorato italiano, per opportunismo e privati interessi, non volesse affidare la guida del Paese (locale e nazionale) a noi Compagni che eravamo portatori d’idee e valori giusti e belli.

Avrò avuto una ventina d’anni quando abbandonai la convinzione che gli altri non comprendessero le mie buone intenzioni. Credo che avessi accesso a spiegazioni più articolate a seguito di una serie di novità, tra tutte la mia iscrizione e la conseguente frequentazione dell’Università. In quelle situazioni mi capitava d’incrociare persone, letture e studi che mi portarono ad assumere un atteggiamento differente. I due autori spartiacque, quelli che contribuirono molto affinché iniziassi a cambiare prospettiva e quindi modo d’affrontare le questioni furono, senza dubbio, Erich Fromm, in particolare con Fuga dalla libertà e L’Arte di Amare e Pierpaolo Pasolini, attraverso i suoi numerosi articoli, interventi e film. Più recentemente mi sono venuti in aiuto gli studi più strettamente psicologici, ripresi, con assiduità, negli ultimi vent’anni. A essi si sono aggiunti i corsi sulla comunicazione (in special modo la PNL) come aggiornamenti del mio ultimo impegno lavorativo: mi gratifica che tutto questo mi abbia portato ad assumere un atteggiamento sempre più analitico sull’origine e il determinarsi dei fatti della vita, sia quelli di natura personale che politica (sociale).

Ci tengo a porre l’accento sul fatto che queste conoscenze cibano, non inibiscono le utopie, migliorano le prospettive. Queste ultime non vanno confuse con le promesse di una certa politica. Il filosofo Thomas More (poi Tommaso Moro, canonizzato santo dalla chiesa cattolica) nel suo romanzo studio sulla città-stato ideale, l’isola Utopia, traccia una serie di regole, di comportamenti, di saperi cui i governanti e i cittadini dovevano riferirsi, attenersi: tutti valori rispettosi dell’umano. Proprio nell’ultimo anno, si è riconsiderata l’importanza di questi valori che nascono come bisogni della psiche (mente-anima). I disastri e i danni arrecati dal “razionalismo” finanziario sono stati messi in maggiore evidenza da quello che stiamo vivendo negli ultimi mesi. Per quanto, per i più, sia difficile immaginarlo, un cambio delle regole stabilite dal neoliberismo è necessario per salvare dalla distruzione e ricostruire una società che ruoti intorno ai bisogni dell’Uomo e non ai profitti della Finanza.

Nella foto Tommaso Moro

Adesso mi sembra di avere le idee più chiare su cosa tratterò: scriverò di qualcosa tanto richiamato in quest’ultima campagna elettorale da diventare una costante. L’argomento è bello e pronto, fornito dai tanti esponenti politici che l’hanno indicato come il fulcro del loro agire: stabilire e affermare la Giustizia. Cosa molto impegnativa, giacché La Giustizia, com’è noto, per essere messa in atto, richiede un impegno alla rettitudine, al rispetto delle leggi, da parte di chi si dichiara paladino di questo principio etico. Reputiamo, comunque, una tale presa di posizione molto confortante per tutti noi, perché fa ben sperare per il futuro della nostra comunità.

Il mio ruolo di analista sociale mi spinge a cogliere il significato profondo che tali affermazioni implicano. I filosofi della Grecia antica, per primi, dimostrarono l’importanza di farsi guidare da questo principio e lo identificarono come la Morale assoluta. Descrissero anche la norma che l’essere umano doveva perseguire affinché fosse correttamente messa in atto, quella di considerare l’Estetica, il Gusto, la Bellezza aspetti cui le decisioni dovevano sottostare. Coniarono, affinché si determinasse una tale armonia, un’unica parola-concetto, Kalokagaphia, che li unificava, contenendoli entrambi, la Giustizia e la Bellezza.

Nella foto Luigi Zoja

Tra i vari esempi che Luigi Zoja raccoglie nella sua pubblicazione sul tema (Giustizia e Bellezza /Bollati Boringhieri, ed. 2007), riporto un esempio di quanto da lui ricostruito del periodo rinascimentale, perché di cambiamento e di Rinascita di Sant’Anastasia si è parlato da più parti. Ebbene, in quell’età d’importanti cambiamenti sociali, il Potente di turno, per condividere il suo successo con tutto il popolo, donava alla città un’opera d’arte da collocare in un luogo pubblico, ove tutti potessero godere della sua Bellezza, riconoscendone la Giustezza dell’atto. Se i nostri odierni condottieri volessero attingere da queste nostre radici culturali (di cui frequentemente ci diciamo tutti molto fieri) potrebbero riferirsi a un genere di giustizia che rispetti tali valori. Per completare il quadro delle ipotesi non posso ignorare un’altra prospettiva politica. Parto sia dalla natura degli avvenimenti che avevano determinato la crisi istituzionale, il nostro recente passato, ma anche dall’analisi degli indicatori comportamentali dei canditati, il linguaggio con il quale questi ultimi hanno trattato i temi durante la campagna elettorale. Di là delle buone intenzioni che tutti esibivano, anche rileggendo gli interventi in rete di molti di loro, rilevo spesso posizioni tendenti ad affermare l’esigenza delle cose da fare, molto meno del con chi e come. Non ho ritrovato analisi economiche né riferimenti alla cultura della politica che rispondessero adeguatamente alle soluzioni che tali obiettivi impongono se vogliano essere realizzati. Se questo è comprensibile per il senso dell’unione nata in funzione elettorale, non può esserlo per la natura e lo spirito dei partiti che ne fanno parte. Comportamenti del genere sembrano condurre la politica, ironia della sorte, nella direzione auspicata e perseguita nel dopoguerra da movimenti quali L’Uomo Qualunque (poi ripresi dalla Lega Nord e dal M5S), che mirano ad un uso ragioneristico della politica e ad una abolizione dei partiti e della politica delle idee (La democrazia del sorteggio, N. Urbinati e L. Vandelli, Einaudi 2019).

Sarebbe utile che valutassero queste tesi quelli che si dedicano alla politica, che spesso ascoltano poco, non amano confrontarsi e sono poco propensi a riconoscere il rapporto che esiste tra i vari campi della conoscenza e la politica stessa, la sua complessità. Anche se le scienze sociali, con gli strumenti che generosamente mi forniscono, m’inducono a ipotizzare tempi difficili per la nostra comunità, mi auguro che intervengano novità, imprevisti che possano cambiare in meglio l’esito di queste previsioni.  

Ciò, per i tanti motivi che in parte ho esposto (oppure ho lasciato immaginare) e anche per un’esigenza strettamente personale, quella di poter ammirare i fuochi d’artificio sapendo che con quest’antico rito si stiano festeggiando i buoni risultati raggiunti dalla nostra Comunità: essi potrebbero così anche esorcizzare una parte dei nostri mali.