«Quel sentiero a valle. Dove vissero e “vivono” i miei genitori». 12° parallelo, la rubrica di Enrico Laloè
Da questo punto, di tempo e di parole, si apre sulle pagine de “glianastasiani.it” la rubrica di Enrico Laloè, architetto, artista, docente d’arte, mente eclettica e geniale. Un anastasiano a tutto tondo che ha conosciuto la terra delle sue radici a partire dalle carte: le carte dei disegni e della toponomastica, dell’urbanistica pubblica di cui si occupato da giovane laureato e quelle dei cantieri più privati di chi ha rinnovato, in quegli anni, con lui la propria dimora. Oggi Enrico Laloè insegna in una scuola pubblica d’Emilia Romagna, a pochi passi dalla casa di Vasco Rossi. Ha messo lì radici e si è fatto subito voler bene dagli alunni, dai colleghi, dai suoi concittadini. Un’intelligenza in trasferta da anni che solo nel 2010 meditava di dare il suo apporto civile alla comunità dei suoi natali. Poi la vita ha fatto altro. Una sensibilità unica con il suo modo unico di “stare al mondo” senza farsi fagocitare dal mondo. Al contrario. Con questo primo contributo d’intelletto Enrico Laloè costruisce un ponte lungo chilometri per guardare la sua terra stando lì dove lavora e vive ora. Noi ne siamo solo grati ed onorati che tutto questo accade. Condividendo integralmente il suo scritto per una rubrica che abbiamo chiamato “12° parallalelo”. Il “dodicesimo parallelo” – leggiamo in rete – si riferisce al 12° parallelo di latitudine, una linea immaginaria parallela all’equatore (0°), usata in geografia per definire la posizione nord o sud di un punto sulla Terra, e in particolare il 12° parallelo Nord attraversa aree del Sud Sudan ed è spesso associato a contesti di viaggi, aiuto umanitario e reportage, come testimonia il libro fotografico “Equatoria 12° parallelo“.
12° parallelo, la rubrica di enrico laloè |
Sono preso dal mio gesto; la cura in ogni ripetizione mi allena nel corpo e nell’anima. Sono concentrato sull’azione ma ascolto benissimo il respiro della natura che mi è attorno. Credo di poter percepire la vibrazione che le gibbosità del terreno mi trasmettono anche senza toccarlo direttamente. Avverto i riflessi della luminanza dei colori, come reazione spontanea alla pioggia di luce ancora acerba che li esalta. Percepisco lo spessore dell’aria come fluidi che scorrono lungo traiettorie determinate: le sento scorrere dando profondità alla mia sfera sensoriale.
Li, d’accosto o di lontano, altre persone vivono la loro realtà ugualmente armoniosa, traducendo la loro routine di gesti sportivi in rinvigorimento per la salute.
E da questo ‘rito’ ascolto nascere comunanza e cortesia; saluti; chiacchiere di occasione che riannodano fili che corde usurate rischiavano di sciogliere. Sento anche di condivisione di memorie che l’eco dell’ambiente accoglie e riverbera come nuovo senso di vita. I miei polmoni mi riportano netta la sensazione di un’aria estiva ancora fresca: il giorno è ancora giovane, e con essa una sorta di risata allegra: di quelle che ti fanno apprezzare il momento senza saperlo e che ti verranno in mente domani senza motivo. Adesso ascolto il suono aperto di campane; mi giro verso la fonte. Davanti a me la cupola del nostro Santuario contrappuntata dal campanile che batte un’eco che sembra poter raggiungere ogni cosa investendolo di positività. Lo stesso campanile che raccorda cupola e monte. In una sola vista anima e sostanza della mia terra, penso.
Allora realizzo davvero di essere nel mio posto; sono a casa. Il boschetto di Madonna dell’Arco mi sta ospitando. Penso: che meraviglia! La mia vita adesso è lontano da questi luoghi, eppure quando ci ritorno sembra che tutto mi accolga come l’altro estremo di una terminazione nervosa che invia scariche che nutrono il mio cervello rinvigorendolo.

Penso ancora: che meraviglia!
Nessun posto, dei tanti già visti, mi sembra migliore di questo. Percepisco un’armonia totale. Mi sovviene che questi alberi che mi dominano sono sentinelle imperiture al passaggio dei decenni. Vedo lungo il sentiero che si diparte da Tortora Brayda il mio papà bambino, che appena attraversato il fornice del nobile edificio, si accinge a percorrere il sentiero, che si perdeva rettilineo verso valle, recando il pranzo a mio nonno. Lo vedo procedere curioso e guardarsi attorno, determinato a non farsi distrarre troppo da qualche animale che ogni volta la stagione corrente gli poteva proporre come curiosità. Erano i tempi del dopoguerra che dicevano di povertà laboriosa e famiglia. Vedo appena dopo i miei figli piccoli, intenti come me a giocare allo sport. Li rincorro, li guido mentre compiono gesti la cui corretta esecuzione nutre corpo e anima. Adesso facciamo una staffetta.
E ancora penso: che meraviglia!
Tornerò tra poco dai miei genitori, al loro sorriso di vedermi tornato per le festività, al loro nutrirsi dell’energia di un figlio contento di poterli ancora vivere. Spesso poi, ogni volta andato via, ho pensato a quel momento. Mai la malinconia ha filtrato di colori cupi la mia memoria. Lo rivivrò, ho sempre pensato; appena torno, lo rivivrò.
Sono ritornato. Lo penso mentre in piedi staziono davanti al cancello chiuso del parco boschetto. Dicono che gli alberi si sono ammalati, che bisogna abbatterne alcuni.
Alcuni. Alcuni. Sono passati anni.
Quel cancello ancora chiuso teneva prigioniere tutte quelle possibilità di bellezza che stavano soccombendo progressivamente soffocate dagli arbusti incolti. La gente che si incontrava in quel luogo adesso vi gira attorno, come individui ciechi che cercano l’ingresso ad un luogo che una volta dispensava armonia. Taluni sembrano essersi abituati alla cecità e non cercano più. Quel cancello era ancora chiuso, l’ultima estate. Quella nella quale la mia mamma ha deciso di raggiungere il mio papà laggiù, alla fine di quel sentiero a valle.

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