Son passati già dieci anni. Dieci anni fa, era il 2016, decisi di pubblicare un libro a cui avevo lavorato sin dall’inizio di quello stesso anno. Volevo portare risposte plausibili ad alcuni dei miei quesiti attorno alla città che mi ha dato i natali. Per farlo avevo deciso di sentire diverse persone e formulare loro uno dei quesiti che meglio stava nelle loro vite. Ne avevo messo da parte ben nove di quesiti tutti estremamente attuali in quei mesi. Alcuni lo sono rimasti tuttora, dieci anni dopo. Oggi conservo tutti i sonori di quelle interviste. Persino l’audio di voci di persone che non ci sono più. Raffaele Ranieri e Genesio Allocca, Gino Nicolais e Giovanni Barone, Maria Guadagno cartomante e Carmine Esposito detto Krol, Mimmo Iossa ed altri. Ma c’era anche chi oggi c’è e continua con forza la sua storia di vita e di professione.
In questi giorni, ho deciso di mettere quel libro intero in rete, capitolo per capitolo. Complice è stata anche l’aria più pulita che si respira a Sant’Anastasia all’indomani delle recentissime elezioni con le quali ci siamo tolti davanti un macigno enorme e mandato a casa un amministratore (Esposito) a cui in questo libro avevo persino dato diritto di replica per dire se aveva preso tangenti o meno. La sentenza che sarebbe venuta nel 2021 di terzo grado in cassazione avrebbe confermato la colpevolezza della quale io ero già certo. Nel libro misi anche tutte le intercettazioni che lo riguardavano perché la verità non deve essere mai nascosta. Le riprese fatte dal caro e compianto Mimmo Iossa, che è anche nel libro, datano 23 giugno 2016, il giorno della presentazione che facemmo in sala Consiliare. E sono un ulteriore documento storico accanto all’altro documento storico che è il libro stesso.
di francesco de rosa
Primo quesito. Se in qualche traccia del passato sia rinvenibile il carattere degli anastasiani oppure esso, come in ogni luogo del mondo, è il risultato di un mutamento mai compiuto dentro il quale ogni stagione della storia si muove verso un proprio futuro o verso il suo dissolvimento.
Testimoni ascoltati: Maria Guadagno, Edwin Powell Habble, Giuseppe Viola, Cosimo Scippa, Maria Toscano
Maria è nata a Sant’Anastasia il 19 maggio del ‘45. Ha compiuto settantuno anni da poco ma li porta assai bene. E quello che ancora oggi ricorda della sua infanzia e dell’adolescenza è il calore ed il senso di famiglia del quartiere più storico e più caratteristico che Sant’Anastasia potesse avere a metà Novecento: il quartiere che dal vernacolo si traduce con sopra al Ponte e cioè quell’incrocio non distante dall’attuale rione Sant’Antonio che si sviluppò attorno al convento francescano e diede radici a tanti anastasiani nati in un quartiere che sino a metà del secolo scorso era il centro vissuto e popolare del paese. Giuro che non volevo essere fazioso scegliendo, per dare inizio alla mia indagine, una storia nata nello stesso posto dove io sono nato e cresciuto. Maria Guadagno, detta zi Bomba ha molti segreti da custodire, un racconto collettivo e grottesco di cui, purtroppo, non potrò fare nessun nome per non tradire la sua fiducia. Eppure, i suoi sono i nomi, i cognomi e le storie di molti anastasiani passati per la sua casa in questi anni, una villa in una traversa di via Pomigliano, dove politici, mogli infedeli, mariti traditori e traditi, imprenditori in difficoltà, professionisti, operai, giovani donne in cerca d’amore o di fortuna e persino zelanti religiosi hanno sfidato, pur di sapere qualcosa sul proprio futuro, la legge della imprevedibilità delle cose. Maria guarda le carte, si dedica a riti divinatori, capisce, a suo dire, dal modo in cui qualcuno cammina quale percorso troverà davanti a sé: se il successo o la sconfitta, se un pericolo o la rinascita. Ama definirsi la maga del bene e chi la conosce, da anni, può giurare che di filantropico Maria ha molte inclinazioni e molti segni nello studio dove riceve in giorni stabiliti dal passaparola e da qualche avviso. I suoi pazienti aspettano un turno come fossero da un medico che guarisce l’anima e li orienta quando hanno bisogno di sapere quali scelte fare. Capì che aveva il dono di (pre)vedere gli eventi quand’era appena una ragazzina. A due anni venne graziata dal crollo di un solaio quando abitava, nemmeno a farlo apposta, nella casa di mia nonna. Già allora quell’evento fu per lei un segno di svolta ma non poteva capire avendo solo pochi mesi. L’altra casa del mistero e della fortuna Maria la trovò a Ponticelli dove abitava la sorella di sua nonna. Dei cattivi anastasiani, invece, e dell’invidia che portano tra loro, in un incontro/intervista durato fino a tarda sera capace di custodire tutto il piacere e la bellezza che si può avere quando si incontra una persona a cui si vuole bene, Maria parla poco. Mi mette in guardia, invece, dalla presenza del maligno, quel diavolo che tenta in ogni posto del mondo ad ogni età della vita e fà perdere la testa e la lucidità a tante persone. Un giorno la maga del bene predisse ad un futuro sindaco di Sant’Anastasia la sua elezione e persino delle traversie che avrebbe incontrato se ne accorse, a suo dire, dal modo in cui camminava osservandogli le spalle. Ad un altro politico locale predisse, invece, che avrebbe avuto un incidente d’auto e che, per questo, doveva essere più attento. L’incidente lo ebbe ma ne uscì illeso. Non si contano nemmeno le donne di ogni età passate nello studio di Maria per capire qualcosa sulle loro relazioni in frantumi o su quelle clandestine e segrete. Nelle visioni dei riti divinatori Maria vede cose che accadranno nel futuro ma quando lo dice ai suoi interlocutori sa di cogliere quel senso di smarrimento e di sorpresa che non manca mai. È capitato, persino, che abbia telefonato a persone a cui accadeva, con la distanza di chilometri, quello che lei vedeva davanti a sé. Credo che avremmo potuto riempire molte delle prossime pagine se mi fossi fermato a riportare i dettagli di un incontro intenso e particolare con le vicende ed i nomi degli anastasiani di cui Maria mi ha raccontato. Viene dalla gavetta la maga del bene, abituata a rimboccarsi le maniche e a fare il bene della famiglia che mise in piedi assieme ad un galantuomo che già dal nome portava i segni «preveggenti» di un carattere mite e serafico. Maria e Serafino hanno fatto nascere quattro figli maschi che hanno portato al compimento degli studi universitari, hanno adottato una figlia femmina e fatto diventare la loro casa un porto di mare dove arrivano persone e storie da tanti luoghi diversi.
Oggi Maria difende gli anastasiani e quando le ricordo che il paese ha la nomea di avere usurai, fattucchiere ed invidiosi non batte ciglio. Mi riporta il lato positivo delle cose. Mi ricorda che lei ha agito solo per il bene, che è molto credente, che non ha fatto mai malefici e non ha desiderato mai il male di qualcuno.
A vederli da qui gli anastasiani, in effetti, sembrano tutti accomunati dallo stesso afflato. E, invece, come e più di ogni comunità locale che abbia le sue piccole o medie dimensioni, gli anastasiani si parlano addosso, molti si fermano ancora negli angoli delle strade, fuori a qualche bar, in qualche dimora privata che qualcuno definisce ancora «salotto bene» o scrivono sui social chiusi dentro le loro solitudini quando non prigionieri delle loro manie di grandezza. Si fermano e parlano come si parla in tutte le comunità cittadine: gossip, pettegolezzi, qualche commento, qualche previsione.
Gli anastasiani si dividono in famiglie, gruppi parentali, amici e adepti, nemici e rivali, gruppi ristretti, fazioni, comitati associativi, politici e religiosi che si compongono o si scompongono essendo esposti, come tutte le vicende della vita, ai mutamenti delle cose, al declino degli umani.
L’antropologia locale, nonostante l’era dei social, ha trattenuto e, persino, acuito molte solitudini. Il moderno assetto urbanistico dei palazzi chiusi ha inciso sui costumi sociali, le abitudini, i legami. Non ci sono più i cortili di una volta e nemmeno gli spazi di condivisione. Basterebbe fare un giro per le strade della cittadina vesuviana a sera e magari filmare il tedio desolante che negli ultimi decenni ha svuotato le piazze, le strade, le arterie cittadine. È come se, restando alla metafora delle arterie venose, non passasse più per le strade e la vita del paese il sangue di passioni e pulsioni che negli anni settanta del Novecento, per esempio, aveva reso molti luoghi della città (da piazza ferrovia a via D’Auria, da Madonna dell’Arco al quartiere Ponte o Capodivilla) un brulicare di voci dove si incontravano tutti, ad ogni età della vita, ad ogni ora del giorno.
Il 30 dicembre del 1924, per esempio, Sant’Anastasia, che definiamo paese a ridosso della cintura metropolitana di Napoli e che conta oggi poco più di ventisettemila abitanti chiamati, per questo, «anastasiani», contava, allora, poco meno di novemila abitanti. Se quel giorno avessi potuto chiedere a qualcuno di loro che cos’era il mondo e quale idea avessero dell’universo e del loro futuro gli anastasiani mi avrebbero parlato di sacrifici e tradizioni locali, di differenze sociali ed emarginazioni, di acqua potabile carente e di luce elettrica, di bigottismi e arretratezze. O, magari, mi avrebbero riferito, con entusiasmo, dell’uva catalanesca, della montagna e di tutti i frutti che la terra riesce a dare se la coltivi con passione, con la cura e l’amore. Probabilmente mi avrebbero parlato anche di fede e di ordini monastici riferendosi ai domenicani di Madonna dell’Arco e ai francescani del convento di Sant’Antonio.
Quel giorno, invece, il 30 dicembre del 1924, Edwin Powell Hubble, astronomo ed astrofisico nato a Marshfield negli Stati Uniti il 20 novembre 1889 e morto a San Marino il 28 settembre 1953, scopriva, grazie a strumenti d’indagine più sofisticati, che nell’Universo non c’era solo un’unica galassia, la nostra, denominata Via Lattea, ma che gran parte delle cosiddette nebulose a spirale, prima osservate con telescopi meno potenti, non facevano parte della nostra galassia, come si era creduto fino a quel giorno, ma erano, esse stesse, galassie, poste al di fuori della Via Lattea. Da quel giorno persino il pianeta Terra smise di essere enorme e principale in mezzo all’Universo per diventare un puntino, una sua piccola parte, un pianeta tra decine di altri pianeti, che ancora oggi non conosciamo, immersi in galassie diverse e lontanissime dalla nostra.
Eppure, poco più di venti anni prima dal giorno in cui Hubble scopre qualcosa che rivoluzionerà l’astrofisica, un avvocato colto e forbito, Giuseppe Viola, nato e vissuto a Sant’Anastasia, dove visse anche la sua famiglia e svolse un ruolo non poco importante, scriveva, era il 1903, quel che poi avremmo ritrovato in un frammento di pubblicazione dal titolo «i miei ricordi…». Una sorta di nota per il visitatore che, già allora, dovette assomigliare ad un garbato ed amabile invito per chiunque si trovasse da queste parti o volesse arrivarci.
«Lettore, se volessi recarti da Napoli in quel d’Ottaiano, a poco più della metà di strada passeresti pel comune di Sant’Anastasia, attraversandone la via maestra. Guardando a dritta ti si offrirebbe alla vista il Monte di Somma Vesuviana, alle falde di cui questo comune è sito, ed a manca, dando una sbirciata tra i folti alberi, l’occhio si spazierebbe verso giù tra la bella e fertile pianura di Terra di Lavoro. In sulla strada che odore balsamico si parte dalle piante! Pare che ne fosse l’essenza, che potente ricorrenza d’aria! Vero è che sono luoghi di salute, ove si va ammalato e si ritorna sano, (è l’esclamazione naturale di chi li percorre, e tu ancora faresti lo stesso, ne son convinto). Dovrebbesi per riverenza far sosta al celebre Santuario della Madonna dell’Arco, e così tu diresti, già stare a Sant’Anastasia, perché il Santuario in detto Comune e sito. Indi ti toccherebbe traversare la strada nomata dei Terracciani, e ti troveresti dopo fuori l’ abitato di detto comune, ed avviato verso Somma, pella quale passeresti proseguendo il cammino verso il luogo prefissoti. Riesaminando diresti Sant’Anastasia è sita a Mezzodì di Terra di Lavoro, ed a Settentrione del Monte di Somma; con più precisione essa confina ad Oriente col comune di Somma, a Mezzodì col Monte dell’ istesso nome, ad Occidente coi comuni di Trocchia e di Cercola, ed a Settentrione con il territorio di Pomigliano d’Arco, che s’interpone con il suddetto Comune e Terra di Lavoro. L’influsso del vicino Vesuvio dà all’animo una leggiera e piacevole tinta melanconica e t’invita a meditare più d’ogni altro luogo a vicissitudini del tempo. Gli abitanti sembrano sapersi temprare a fortunate avventure ed essere parati ad ogni sinistro evento. V’acclimata ogni specie di pianta da frutta di sapore e qualità insuperabile, tra cui la catalanesca, che si smercia persino nei mercati esteri di Parigi, di Londra, e che in certo tempo dell’anno, resa a Napoli, si paga, ad una lira al chilogramma. Viene Natale, e pendono ancora i grappoli d’uva catalanesca dai tralci in aperta campagna! Conta oltre 8700 abitanti, di cui metà vive di arti e mestieri, e l’altra metà è dedita all’ agricoltura. Vi sono famiglie d’illustri e nobili natali, professori in dritto, in architettura, in medicina, in chimica, ed è prescelto dai Signori, che fanno stanza a Napoli a luogo di villeggiatura. Vi si contano a centinaia i ramai, i tessitori, i muratori, i rivenditori di carne macellata, di ulive, di latticini, di frutta secche e fresche…».
Giuseppe Viola non poteva sapere che cosa il Novecento, secolo che stava lì nascendo, avrebbe riservato al suo luogo natio in mezzo ad un mondo che nel Novecento avrebbe conosciuto due guerre mondiali. Non poteva neppure prevedere quale cambiamento di prospettiva avrebbe portato la scoperta di Hubble in mezzo alle strade del suo paese di provincia. Per capire meglio quegli inizi del Novecento anastasiano sono andato a cercare una giovane concittadina che è sempre voluta rimanere fuori dai salotti/bene, dai partiti e dalle associazioni, laiche o religiose, chiuse, spesso, come i clan nei contesti vari del meridione d’Italia. Maria Toscano, nata a Sant’Anastasia il 17 novembre 1972, è una storica dell’arte che insegna all’Università Orientale di Napoli. Di lei ho da sempre ammirato l’impegno, la serietà, la dedizione agli studi e un libro che conoscevo e conservavo con cura sulla storia della chiesa di Santa Maria La Nova. In quel libro Maria Toscano ha scritto anche di Giuseppe Liguori a cui capitò di caratterizzare proprio gli inizi del Novecento. Fu sindaco e secondo molti rimane uno dei migliori sindaci nella storia della cittadina vesuviana dacché per costoro ebbe grandi meriti in quegli anni così lontani da qui. Ebbe a cuore la questione morale e l’idea di correttezza che nella politica locale si doveva osservare.
La costruzione di una società seria ed onesta, anche tra gli anastasiani di quel tempo, rimase l’utopia di molti sognatori in regioni dove la politica, con il Novecento alle porte, più che altrove, si sarebbe fatta voto di scambio, interesse personale, favore, un vantaggio per l’amico. Ma Giuseppe Liguori non voleva rassegnarsi. E non a caso Maria Toscano nel suo Santa Maria la Nova ha scritto che «i primi anni del Novecento a Sant’Anastasia furono segnati da un’altra grande personalità: il sindaco Giuseppe Liguori, che nella sua generosa e pur discussa opera spesa per il bene del paese ebbe un occhio particolare per la tutela e la salvaguardia dell’edificio ecclesiastico. Nato a Sant’Anastasia il 14 luglio 1861, Giuseppe Liguori era un ingegnere, ma l’occupazione principale della sua vita fu l’ amministrazione pubblica. Nella memoria collettiva dei suoi concittadini è infatti rimasto il sindaco di Sant’Anastasia per eccellenza. Così lo celebrano giustamente un ritratto nell’ aula consiliare ed un’erma, originariamente posta in piazza Siano ed oggi (chissà perché) spostata (in posizione in vero un po’ defilata) in quella attigua, adibita a parcheggio. Eletto consigliere comunale nel 1888, assolse presto anche alle funzioni di sindaco, data la salute malferma dell’anziano Antonio Viola; anche se divenne ufficialmente tale solo nel 1894, quando il mite Viola, eletto per l’ennesima volta con grande gioia del popolo anastasiano, purtroppo morì, in seguito ad un colpo di freddo preso dal balcone di casa sua per ringraziare il popolo festante. La Sant’Anastasia che trovò Liguori usciva da più di un quindicennio in cui alla recessione postunitaria di tutto il sud Italia si erano aggiunti i danni arrecati dalla deleteria amministrazione, miope e clientelare, del cavalier Luigi Miranda e, dopo la breve parentesi del volenteroso Antonio Viola, da quella non granché migliore di Sabbatino Maione. Giuseppe Liguori non solo portò a termine imprese come il macello ed il mercato ortofrutticolo, iniziate rispettivamente da Viola e Maione, ma, nel corso del suo lunghissimo incarico di sindaco (durato niente meno che fino al 1925!), realizzò molte altre cose che in pochi anni ribaltarono le condizioni socio-economiche del paese; basti solo ricordare qui l’installazione della corderia napoletana nel 1914, fortemente voluta da lui. Non bisogna credere però che conquistare e mantenere il potere sia stato facile per l’ingegner Liguori. Nel 1891 egli era già in difficoltà, poiché aveva l’appoggio del notaio Sabbatino Maione, ma non quello della più alta nobiltà del paese che ruotava intorno alle potenti famiglie De Luca e Viola. Si crearono quindi due fazioni la cui lotta fu senza esclusione di colpi; gli improperi e le accuse più duri correvano sulle bocche di tutti dalle pagine di pubblicazioni periodiche anastasiane come: La Palestra Vesuviana (promossa dall’ asse Liguori – Maione) e La Sentinella Vesuviana (che invece rappresentava la fazione Viola–De Luca) ma non era da meno il salace libretto anonimo Antonio Sodano. La Fenice dei sindaci, ovvero Sabbatino Maione ed il Municipio di Sant’Anastasia.
La fazione di Liguori inaugurò il Circolo dell’Unione a piazza Siano, al quale gli avversari risposero con quello denominato Umberto I. L’eco delle vicende raggiunse persino due più che autorevoli giornali di Napoli che ovviamente si schierarono a loro volta: il Corriere di Napoli con Sabbatino Maione, Il Roma con la fazione dei Viola. Tutto ciò non poteva che condurre, a giugno, allo scioglimento del consiglio comunale, salutato dalla festa di più di duemila anastasiani che già inneggiavano, oltre che a Viola, anche a Liguori che intanto era passato alla fazione opposta isolando Maione. Naturalmente il solito anonimo si occupò di pubblicare versi satirici, stavolta intitolati: Lo scioglimento del Municipio di Sant’Anastasia, e morte di Sabbatino Maione denominato Cacca. Il commissario governativo dottor Michelangelo D’Ayala, giunto per dirimere la questione, restò fino al 13 settembre del 1891, quando venne eletto sindaco ancora Antonio Viola. Se l’ascesa al potere di Liguori fu dunque difficile il suo mandato di sindaco non fu da meno. Durante il suo primo anno di amministrazione (1894) gli piombò tra capo e collo la decisione repentina quanto perentoria da parte del sindaco di Napoli di proibire l’ingresso in città delle carni ovine provenienti da Sant’Anastasia; questo perché la qualità del bestiame e soprattutto il basso prezzo a cui veniva offerto avevano suscitato le proteste dei macellai partenopei. Di fronte al malcontento dei commercianti anastasiani Liguori, risoluto, andò con loro alle cinque del mattino fino alla barriera daziaria di Napoli con moltissimi capretti lattanti e riuscì a farli passare tutti sotto la sua responsabilità; si fece poi portare dal vice-prefetto deciso a parlare con il sindaco di Napoli in persona. Non gli riuscì, ma minacciò che, se non fossero almeno state convocate le parti dal prefetto egli l’indomani sarebbe stato ancora lì, stavolta con almeno cinquecento persone, ciascuna con il suo simbolico agnellino da latte. Le parti furono convocate ed il tribunale diede ragione agli anastasiani, anche se poi la questione si protrasse fino al 18 marzo 1899, quando comunque l’ebbe vinta Liguori.
Ciò nonostante nel 1895 la fazione avversa riguadagnò il potere, stipulando però con la Compagnie Napolitaine des conduites d’eau (l’attuale acquedotto vesuviano) un contratto-capestro che in pochi mesi ricacciò il bilancio cittadino nel baratro dal quale non fu capace di trarlo nemmeno il commissario prefettizio. Ma il solito Liguori, di nuovo sindaco, dimostrò che l’alto prezzo richiesto era illegale ed ingiustificato, infatti le acque del Serino, per concessione della stessa società, erano presenti a Sant’Anastasia fin dal 5 agosto 1894, quando la fontana di piazza Trivio aveva cominciato a zampillare. Insomma la capacità e la caparbia di Liguori erano davvero sempre vincenti: con lui per la prima volta giunse l’energia elettrica nelle case e per le strade di Sant’Anastasia tra il 1899 ed il 1900 e furono finalmente realizzati dalla provincia annosi progetti di pavimentazione di varie strade, fu anche portata a termine la cosiddetta “circumvallazione dell’abitato di Sant’Anastasia” (attuale via A. D’Auria, 1896). Liguori riuscì anche ad ottenere per la prima volta, l’11 aprile 1898, che la ferrovia a sezione ridotta che collegava Napoli ad Ottaviano, in funzione fin dal febbraio 1891, disponesse ben 16 treni in più nel tratto Napoli-Sant’Anastasia in occasione della festa della Madonna dell’ Arco che già possedeva comunque la stazione sua propria.
Durante le contestazioni popolari che si ebbero a Sant’Anastasia, come nel resto d’Italia, nella primavera del 1898 per il rincaro delle farine e del pane, Liguori creò una commissione apposita che si occupasse di limitare la speculazione dei panificatori e di comprare la farina per distribuirla agli anastasiani, ma anche ai moltissimi facoltosi villeggianti che trascorrevano l’estate nelle nostre campagne. Il sindaco Liguori procurò poi finalmente al comune di Sant’Anastasia, i cui uffici erano disseminati in varie fabbriche in località pozzo, una sede adeguata acquistando e facendo restaurare palazzo Siano, inaugurato il 10 agosto 1900. Di grande prestigio e risonanza tra i contemporanei fu anche la trasformazione del mercato ortofrutticolo in campo sperimentale utilizzato dalla facoltà di agraria di Napoli, ma aperto anche agli anastasiani che volevano proporre e promuovere nuove tecniche agricole o nuove colture. Egli stesso offrì un suolo comunale dove si sperimentarono con successo la coltivazione del gelso per la produzione, che fu altissima, dei bachi da seta. Tutto ciò non valse a salvarlo dalle accuse che crebbero con la candidatura e l’elezione di suo fratello, il dottor Pasquale, a consigliere provinciale.
Il 7 maggio 1902 il giornale Il Mattino dà la notizia dell’inchiesta prefettizia in corso a Sant’Anastasia contro il Sindaco ed alcuni membri del consiglio comunale (Sdino e De Luca) accusati di avere preso tangenti sulle imposte daziarie; al consigliere provinciale si imputava invece di aver fatto approvare la costruzione di troppe nuove strade a Sant’Anastasia. L’inchiesta si protrasse ed un altro quotidiano, Il Giornale, si schierò contro di lui ed a favore dell’ opposizione sempre rappresentata da Maione che frattanto, proprio nell’imminenza delle elezioni provinciali, faceva circolare un libretto anonimo con l’elenco di tutte le accuse mosse contro Liguori. Ma questi vinsero le elezioni nonostante tutto e alla fine di un lungo periodo oscuro (in cui comunque restò sindaco di Sant’Anastasia) a settembre del 1905 Giuseppe Liguori ed i suoi compagni furono completamente assolti da ogni accusa e fu lo stesso Mattino a riabilitarlo col tesserne le lodi.
La maggioranza degli anastasiani rimase convinta dell’onestà del suo sindaco anche durante l’inchiesta, eppure quando si candidò quale deputato nel 1920, Liguori fallì, anche perché non tutti i suoi stessi concittadini lo avevano votato. È innegabile che Liguori, con tutti i suoi limiti, fu un vero uomo politico, uno di quelli che intendevano l’amministrazione pubblica come innanzi tutto una missione di servizio per la comunità, le sue parole nel consiglio comunale del 18 giugno 1893 restano infatti un monito utile ai politici di ieri e di oggi: “Il potere come uso e consumo proprio ha generato nella collettività, disordine e corruzione, incoraggiato in ciò da chi per sue vedute aveva direttamente interesse a creare difficoltà ai pochi uomini di buona volontà [ … ] L’amicizia e il rispetto non possono fondarsi sugli affari a spese degli altri, non possono e non devono essere in funzione di scopi personali; l’amico deve capire di essere il primo sacrificato, non può solo per amicizia chiedere sempre, perché così facendo non costruiremo mai una società seria, onesta, per bene”. Eppure fu sotto l’amministrazione Liguori che la chiesa di S. Maria la Nova perse la sua antichissima, grande campana del peso di 60 quintali, sacrificata per una buona quanto crudele causa: dopo la sconfitta di Caporetto, infatti, il sindaco stabilì che essa fosse fusa (insieme alle vecchie braccia di ferro dell’ illuminazione pubblica) per fame dei proiettili 70. A parte la perdita dell’antico manufatto è ancora più triste poi pensare che in questo modo un oggetto fatto per comunicare vita e gioia divina, divenne invece latore di morte».
Ma il Novecento, come è noto, è stato un secolo inquieto ovunque e anche nella cittadina di Sant’Anastasia. Lo avrebbe raccontato, negli ultimi decenni di quello stesso secolo, con passione, dovizia di molti particolari e una ricerca storica ben documentata che durò anni, un altro anastasiano perbene, Cosimo Scippa, che fu anche sindaco della cittadina vesuviana. A Cosimo, del quale conservo una lunga intervista audio che ancora mi suggerisce inediti, andrà per sempre il merito di aver ricostruito, in una sua trilogia, le vicende storiche. sociali e politiche anastasiane. Cosimo era nato e viveva a Sant’Anastasia ma si era spostato più volte per lavoro in Lombardia, Toscana, Marche, Lazio. Fu consigliere comunale dal 1964 al 1995 nelle liste della Democrazia Cristiana. E fu sindaco. Un capitolo, nel secondo dei suoi tre libri scritti sulla storia di Sant’Anastasia, ha il titolo di un ventennio in quel Novecento tutto locale, il ventennio beneduciano, che conia in dottrina il nome di Francesco Beneduce primo cittadino dal 1946 al 1966. Il paese, come il resto della nazione, si era appena lasciato alle spalle gli anni della seconda guerra mondiale e ritornava con gioia alla libertà.
«Le prime elezioni libere e democratiche – scrive Cosimo Scippa – furono tenute, dopo l’orribile ventennio fascista e il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il 20 ottobre 1946. Ai notevolissimi danni provocati dalla guerra, si aggiunsero, sulla nostra fascia di terra vesuviana, anche quelli dell’ultima eruzione del Vesuvio che, su di noi, scaricò e depositò tonnellate di ceneri e lapilli. L’immagine, già fortemente devastata del paese in guerra, assunse toni grigi e funerei che ben si sposavano con la realtà dei fatti, nel susseguirsi delle gravi difficoltà quotidiane. Ricordo ancora con grande sgomento i funerali bianchi, quelli dei bambini più sfortunati, che quasi quotidianamente accompagnavamo al cimitero. Sempre le stesse domande e le solite risposte: la malattia era perennemente quella delle carenze delle vie respiratorie e, nelle case degli anastasiani, entravano ed uscivano don Nunzio Abete e don Gaetano Coppola, infaticabili, pazienti e premurosi medici locali. Sembrava che si fosse spezzato un equilibrio, non solo naturale e mentale ma, anche, ambientale e caratteriale che lasciava presagire una mutazione fisiologica pericolosa e drammatica. In via Garibaldi, quadrilatero Ponte, la vita era a dir poco un inferno non solo per le precarie condizioni igieniche sanitarie, aggravate dalle immissioni sulla strada degli acidi e dai continui martellamenti utilizzati e provocati dal tremendo lavoro dei ramai, ma anche dal continuo via vai dei vari venditori ambulanti con i loro carretti pieni di verdure, frutta, masserizie varie e, dai caprai che mungevano latte dalle proprie capre da vendere agli abitanti della zona. Non di rado, assistevamo al passaggio di asini e muli carichi di tronchi e cataste, tagliati sul monte dai contadini sempre primi ad iniziare e riprendere il lavoro. E noi ragazzi, sempre lì, a giocare per strada con qualsiasi cosa ci capitasse. C’era, come vedete, veramente da morire, non solo per la presenza sul territorio dei due animali, tipici della napoletanità, ciucci e zoccole di fogne, di ogni forma e dimensione ma, soprattutto, era palese lo stato di indifferenza, di sopportazione della popolazione, costretta anche a mettersi in coda, per decine di metri, alla fontanina pubblica della “squarcessa” (luogo di banditori, squarciagola) oppure alla “spezelaria” (dove si vendevano spezie) per portare a casa, quasi sempre, una bottiglia e una “caccavella” (pentola) d’acqua. Eppure, credetemi, la vita del cortile era bella, genuina, sanguigna, leale e sprigionava ed esaltava, in tutti i sensi, il valore della solidarietà, dell’accoglienza e della generosità. C’era grande attenzione verso i meritevoli e non ci si lasciava ingannare così facilmente dalle apparenze, dalle facili promesse e dal sordo suono di una sola campana; tutto era più semplice ed i rapporti interpersonali erano contrassegnati da grande rispetto, specialmente verso le Istituzio-ni. Il vigile urbano, «a guardia », era visto e trattato con sommo rispetto, nonostante, a volte, per una esclusiva ignoranza, calpestava diritti e doveri, nei confronti specialmente di noi ragazzi. Era, insomma, veramente facile accorgersi delle varie generazioni perché l’educazione impartita dai genitori, a scuola e nella parrocchia era tutt’una, sembrava unica, finalizzata a creare dei veri valori civili, sociali e religiosi. E, così, pur possedendo ancora negli orecchi, gli urli e strepiti di richiami affannosi ed amorevoli delle nostre amate mamme sia nel corso dei bombardamenti che nei tramonti senza luce e senza rossori, siamo cresciuti in questo paese, terra benedetta ma alla mercè di chiunque e, tutti o quasi, abbiamo fortificato lungo il cammino della vita gli antichi valori della rettitudine e del senso di responsabilità nati nel cortile, tra gente comune, specchio bellissimo di tempi ormai andati. In questo quadro generalizzato del paese, il popolo scelse e ripose totale fiducia nel signor Francesco Beneduce, agricoltore e proprietario terriero che, a capo di un listone comprendente candidati di tutti i partiti, si oppose alla lista della D.C. e stravinse le prime e libere elezioni democratiche del 20 ottobre 1946: 24 seggi a suo favore, contro 6 della Democrazia Cristiana guidata dal prof. Emilio Merone! L’analisi impietosa del voto fu fatta proprio dal primo protagonista della Democrazia Cristiana locale che, non condividendo le assurde lamentazioni della gran parte degli sconfitti, disse a pochi intimi amici: “Abbiamo perso perché non siamo veramente radicati nella società anastasiana a cui ci siamo rivolti ostentando le nostre professionalità, incuranti, ancor prima, dei rapporti umani e politici”. Infatti, come ci si può accorgere dei propri concittadini, solo nelle imminenze delle elezioni? Ma la spiegazione del prof. Merone, sempre sorridente e sereno, era rivolta, soprattutto, ad alcuni componenti il suo gruppo a cui rimproverava di predicare bene e razzolare male. Col senno del poi, pur restando vitale ed attinente l’analisi del prof. Merone, indimenticabile uomo di cultura e guida sicura per buona parte di professionisti 1ocali e non, mi punge vaghezza ch’egli sia stato tratto in inganno proprio dal suo estroverso carattere. Non era Lui a mettere soggezione, ma gli altri che, consci dei propri limiti, esaltavano il distacco culturale avvicinandolo con rispetto, ma anche con tanto timore. In quanto ai rapporti umani, era assolutamente unico, amico fraterno ed affettuoso di chiunque avesse bisogno di un suo concreto aiuto, per la qual cosa non esistevano differenze tra giorno e notte, tra amico di partito ed avversario politico. Chi può dimenticare quelle notti della tarda primavera prima alla ricerca della “cientepelle” migliore da consumare per strada e poi a Castellammare a digerire frittelle, panzarotti e lupini con l’acqua della Madonna? A dimostrazione della vita trascorsa sui libri, dalla sua immensa cultura egli traeva la forza di stare insieme con la gente più semplice ed umile e, di conseguenza, l’attestazione che non era assolutamente il prof. Merone la palla al piede della Democrazia Cristiana locale. Per una ragione o per l’altra, tutti i segretari sezionali D.C. susseguitesi nel tempo, sono passati, poi, su altre sponde. Il Comitato di Liberazione fu l’occasione per l’apertura della sede della D.C. che vide tra i protagonisti Don Antonio De Simone, Saverio Viola, Vincenzo Abete, Emilio Merone, Francesco Di Mauro, Francesco Maione, Don Peppino Coppola, Giuseppe Borriello ed altri. Di contro, l’acume beneduciano si appalesò, di fatto, nella contrapposizione di una lista unica a quella della Democrazia Cristiana. L’uomo, «scarpa doppia e cervello fino», elegante nella sua eterna, naturale abbronzatura, sapeva coniugare una doppia personalità: all’esterno mite, sorridente, accondiscendente, salutava per primo e partecipava alla vita sociale del suo circolo; nell’esercizio delle sue funzioni, nei contatti con gli altri consiglieri, specie d’opposi-zione, arrogante, quasi prepotente, duro come un podestà e pronto a vendicare una eventuale offesa ricevuta. Un suo fidato assessore, degno professionista, per averlo contraddetto in Consiglio, si vide arrivare un ceffone… “per il tuo bene perché devi capire che qui comando io !”. Alla lunga, però, pagò il duro confronto e la prepotenza esercitata e, nonostante avesse perso da tempo lo scettro, nella seduta consiliare del 10 aprile 1969, all’unanimità, il consesso votò la sua decadenza da consigliere comunale, “in quanto da sindaco si appropriò di un terreno comunale, con atti amministrativi artificiosi che, ancora oggi, sono oggetto di lite giudiziaria pendente”. Ma, oggi, con il senno del poi, possiamo affermare che quel ventennio fu altrettanto infausto, come il precedente, almeno sul piano della crescita, sviluppo ed opere pubbliche realizzati. Pur marciando con una maggioranza assoluta, fu palese ed evidente la consapevolezza di dover governare sempre tra infinite polemiche, alimentate più dalla diversità e dalla mancanza di idee dell’eterogeneo gruppo dirigente, in cui perdeva quasi sempre chi si occupava soltanto della Comunità.
I primi anni di amministrazione furono caratterizzati dalla ricostruzione delle case abbattute e lesionate, dai capitolati di appalto dei vari generi di consumo, dall’installazione di decine di fontanine pubbliche soprattutto nelle zone rurali, nell’assistenza ai lavoratori disoccupati e, agli ammalati più o meno cronici e alla lunga lista dei poveri. Tutti questi provvedimenti erano, per carità, assolutamente legittimi e prioritari, ma furono effettuati senza criteri, privilegiando il voto di scambio, le caste e, soprattutto, contro gli unici avversari politici, inizialmente solo democristiani e, successivamente, anche socialisti. Fu palese la mancanza di programmazione e pianificazione territoriale, della cui disattenzione ancora oggi stiamo pagando le conseguenze. Infatti il decreto sulle bellezze naturali sancite dalla legge 1497/39, fu reiterato nel 1961, in una riunione ministeriale, in cui il Sindaco volontariamente non si presentò. Dopo pochi mesi dalla formazione della Giunta, l’asso Pone Eduardo fu costretto a dimettersi perché… “in Giunta veleggia la vendetta e lo spirito di faziosità”. Lo stesso sindaco, quasi allo scadere del suo primo mandato, fu sospeso dal Prefetto, ma ciò non gli impedì non solo di governare ma fin anche di stravincere le successive elezioni del 1951, del 1955, 1960 e del 1964. Ricordo perfettamente il suo ultimo comizio in piazza Monumento, dal balcone del giardino liberale, dove tra l’altro, disse: “Noi sappiamo bene come governare le bestie e perciò non ci fanno paura né i democristiani, né i socialisti”, Erano tempi in cui i comizi elettorali venivano seguiti da 3000 persone che partecipavano e si inebriavano, come in uno stadio, alle battute ad effetto dei grandi oratori, come De Nicola, Porzio, Leone, Gentile, Di Lella, Terracciano, Riccio, Valentino Agostino. Come dimenticare la brillante trovata del genio, principe dei Fori, prof. Porzio che, chiudendo la campagna elettorale si rivolse al “popolo di Somma” e, quando lo corressero, subito esclamò: “Ma cosa volete che sia, siamo al centro del monte Somma ed io mi rivolgo ai popoli del Somma!”.
Storiche sono anche le frecciate che dai vari palchi si lanciavano i proff. Merone e Gentile, gli avv. Manno e Terracciano, Valentino, Maiello, Pone ed Allocca e, non poche sorprese suscitò la fine, poetica e sobria dialettica del dott. Raffaele Beneduce che, socialista, si staccò dal gruppone aquilotto In un comizio, l’avv. Terracciano Leopoldo, schierato pro Beneduce, disegnò con l’arte tipica dei grandi oratori, i pericoli che sarebbero derivati alla comunità se non fosse stato rieletto il suo parente. Il giorno dopo, l’avv. Antonio Manno, non ancora candidato, rispose da par suo all’illustre ospite, suscitando una orgogliosa e positiva reazione negli stessi avversari, tuonando: “Da che esiste il mondo, mai un uomo di pianura, squallida, paludosa ed infida ha dettato ai montanari le regole per salvarsi. Dimostri, l’illustre collega, di essere prima capace a risolvere i problemi della sua zona orribile e fatiscente e, se mai ci riuscirà, gli consentiremo di offrirei i suoi consigli”.
Anche il sindaco Beneduce studiava le sue battute ed una sera, rivolto all’avv. Allocca, gli disse: “A zappa mia è chiù pulita d’a laurea toia”. Apriti cielo, il giovane avvocato, il giorno dopo, gli rispose che: “La mia laurea è limpida e pulita, mentre la zappa lo è solo se non lavora”. In effetti l’amministrazione Beneduce, spesso, inventava letteralmente i suoi atti amministrativi, forte di una granitica maggioranza. Uno degli esempi più eclatanti fu l’aumento della tassa della nettezza urbana nel 1964, alla vigilia delle elezioni. Dopo aver fatto il “ruolo” e, i soliti cittadini precisi si erano recati a pagare quanto deciso dall’amministrazione comunale, comparve sui muri cittadini, a carattere cubitale, un manifesto socialista che, more solito, accusava il sindaco di “affamare la popolazione con l’aumento della tassa sulla N.U.”.
Con molta sicurezza il sindaco Beneduce, già gasato per le imminenti elezioni, annullò completamente il ruolo e restituì anche le somme pagate dai pochi solerti cittadini! Le elezioni rappresentavano sempre un momento di grande panico e di fortissima tensione perché le famiglie, ad arte, venivano divise in guelfi e ghibellini, gli sfottò si moltiplicavano, prima e dopo i risultati, tra canzonette e cori, cortei e schiamazzi notturni sotto le case dei perdenti. Non sono capace di descrivere una delle tante sceneggiate che mi videro, mio malgrado, protagonista e testimone allibito della “inaugurazione della prima pietra del campo sportivo, nella zona della Preziosa”. La cerimonia fu effettuata alla vigilia dell’elezione amministrativa del 1965, preceduta dal personale intervento del Signor Sedia e direttamente confermata dall’ing. Rea Raffaele alla chiusura della campagna elettorale. In questa sede, il paese venne a conoscenza che il Signor Sedia donava 20.000 metri di terreno alla Preziosa per la costruzione del tanto sospirato campo sportivo e, la cosa apparve assolutamente veritiera per la conferma diretta, dal palco, dell’ing. Rea, all’epoca ing. capo del Comune. Ai più sembrò semplicemente l’ennesima promessa elettorale, ma i “galoppinì” e i soliti “gnatoni” anastasiani seppero sfruttare a meraviglia le attese e le speranze, fugando dubbi e perplessità soprattutto dei giovani che, con forza, domandavano la costruzione del campo sportivo. Nel pomeriggio di sabato, vigilia elettorale, tre di noi responsabili dell’V.S. La Speranza ci portammo a casa del comm. Sedia, in quel di Fuorigrotta, per ringraziarlo e donargli una pergamena ricordo. Dopo averci offerto la rituale tazzina di caffè, guardando mi negli occhi, mi disse: “Sono stato coinvolto inconsapevolmente, ma ora non posso continuare a tradirvi. Su quel suolo, non ci sarà mai più la seconda pietra”, volevamo morire dalla rabbia e, una volta in sede dove provvedemmo a dare la triste notizia, le discussioni continuarono fino alle 5 del mattino, ma non fummo creduti nonostante, tra noi tre, ci fosse anche un autorevole rappresentante aquilotto che con-fermava le mie dichiarazioni. Mi limitai, allora, a preparare e far uscire un manifesto, dal titolo: L’ultimo atto di Gano di Magonza, traditore leggendario, che una compagnia di pupari siciliani stava recitando in una casa degli Amodio in Via Garibaldi.
Beneduce, ancora una volta, per una manciata di voti si assicurò la maggioranza assoluta, ma in scena era entrato un altro personaggio, colto, determinato, simpatico, frizzante, tenace e spiritoso che, nei comizi, trasformava le parole in lava incandescente e donava, sempre con un pizzico di vanità, alle nuove generazioni, ciò che esse si aspettavano, trascinando tutti, con la sua dialettica elegante, sobria, e forbita ad immaginare orizzonti migliori e più concrete possibilità di sviluppo. Sul proscenio l’avvocato penalista Antonio Manno ha fatto veramente sognare ed era quasi scontato che fosse lui a recitare anche da immenso, consumato attore il successivo quindicennio di governo anastasiano. Ogni epoca ha la sua storia, ma in questo periodo fu forte la logica della contrapposizione, quella agricola contro la media borghesia con la complicità, piena e totale, della classe professionistica che mirava al fatto personale (incarichi, progettazioni, lavori, forniture, ecc.) anziché al bene comune. Le accuse erano gravi e pesanti; non di rado era sorprendente ascoltare l’infamia dell’usura rivolta all’avversario con astio e rabbia proprio da chi professava quel mestiere da almeno tre generazioni. Ma è sul piano della produzione comunale che il ventennio beneduciano risulta essere assolutamente negativo, soprattutto per la cultura qualunquista, personale e affaristica, saldamente radicata, ancora oggi, nella mentalità di una generazione senza ideali e valori politici».
Non credo che il fascino delle contrapposizioni si sia mai perso nelle vicende anastasiane e nemmeno il carattere qualunquista, personale ed affaristico di cui ha scritto, ormai tre decenni fà, Cosimo Scippa. Anzi. I tempi più moderni vivono i dualismi sempre con grande clamore e hanno persino molti mezzi mediatici per esprimersi. Nel frattempo, le stagioni politiche e sociali di Beneduce e di Manno raccontate dal compianto Cosimo sono ancora più lontane da quando l’Autore se ne fece carico e le raccontò man mano che il tempo ci consegna, a grandi passi, porzioni di quel futuro di cui dovremmo occuparci. Per questo, pari ad un cronista zelante nel suo tempo, invece di perdermi nel mare delle cose che sono state, ho voluto portare la mia indagine verso temi e vicende che sono ancora sotto gli occhi di tutti. Non sarà questo un libro di storie passate ma mi incuriosisce, prima ancora di aprire la finestra sulle cose che sono qui e proseguire la mia indagine sugli anastasiani che ho incontrato o di cui ho scritto, la storia di un certo anastasiano che visse molto prima di Beneduce, Manno e di Cosimo Scippa. Potrebbe essere stato il primo dei mascalzoni anastasiani e la sua vicenda avere un motivo in più per destare la mia curiosità dacché può gettare un ponte verso il futuro quando nell’anno 2019 la città di cui fu conte, la preziosa e ridente Matera, sarà capitale europea della cultura. Per questo gli ho dedicato il prossimo quesito.
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