Mario Landolfi, 48 anni, ha scelto la strada del silenzio durante l’interrogatorio di garanzia, ma le sue parole, carpite dai Carabinieri, pesano come macigni. “L’abbiamo trovato a casa sua, non ha tentato di fuggire”, racconta un militare, e l’eco rimbalza più forte a Pollena in un quartiere già segnato da una lunga sequela di eventi tragici. Ma tutto parte da Casamiranda, luogo storico di Sant’Anastasia. E ora a Pollena ci si chiede se non si tratta di un serial killer coinvolto in scomparse di donne di cui non si è avuta più traccia. Ma è solo una ipotesi agghiacciante.
Pasquale Abete, storico componente del gruppo redazionale de glianastasiani.it, si indigna a giusta ragione dall’altra parte del telefono. Dice che nella vicenda di Mario Landolfi molti si devono vergognare: i Servizi sociali di Sant’Anastasia, i politici tutti, i sindaci che si sono succeduti e anche questo che è ancora in carica e persino la Polizia locale. E noi aggiungiamo. E le associazioni, la parrocchia, i preti? Dove sono stati in questa storia? Il salto indietro è di almeno dieci anni. Pasquale Abete riporta con dovizia il giorno in cui Mario Landolfi piombò con un’auto che usava senza assicurazione direttamente in mezzo al portone di un suo stabile. Aveva le figlie in auto che erano piccole. Sbattuto sul portone voleva andar via in retromarcia per non assumersi nessuna responsabilità. Pasquale Abete preteste che aspettasse i Vigili ed i Carabinieri che aveva chiamato. Quando arrivarono constatarono che Mario Lanfoldi non aveva assicurazione e da lui nulla si poteva ottenere. Stesero un verbale ma tutto fu vano. Persino il legale che Pasquale Abete incaricò. Pochi giorni dopo Landolfi fu un visto su una moto di piccola cilindrata e alla vista Pasquale Abete si mosse per avvisare qualche autorità, persino il sindaco di quel momento. Ma nulla accade. La storia torna utile ora tragicamente e persino emblematica. Oggi sono in tanti a commentare. A Sant’Anastasia tutti sapeva di quelle condizioni di degrado in cui versava da anni la famiglia di Mario Landolfi, moglie e tre figlie in quell’abitazione al piano terra di via Casamiranda. Tutti erano a pochi passi.
Tutti hanno saputo, si dice, in questi anni persino dello spaccio che sarebbe avvenuto finora ad opera di Mario Landolfi che era una pedina tale da mettere a rischio la moglie 8che subito ha preso le distanze) e i loro tre figli. Possibile mai che i Servizi sociali così efficaci, che l’assessorato al ramo così virtuoso non sapevano perfettamente nulla? e se sapevano cosa hanno fatto di utile e tale da levare quella famiglia da quelle condizioni di disagio? Il cerchio si può allargare alla parrocchia di Sant’Antonio. Dove stavano i frati che sono così affaccendati a fare comunità e aggregazione? Non conoscevano il caso? Come dire, a latte versato è inutile fare l’elenco. Resta il dato delle vergogna per un intero paese. La condizione di Mario Landolfi e della sua famiglia la conoscevano in tanti ma nessuno h fatto qualcosa di risolutivo.
L’altro giorno ha ucciso due donne Mario Landolfi, in due giorni diversi dopo aver consumato un rapporto sessuale e averle gettate nel vano ascensore di un eco mostro che sta lì a Pollena da anni abbandonato e scheletrico. Sara, era la più giovane delle due donne, era senza fissa dimora ma stanziava a Caserta e nella sua provincia dove era nata solo 29 anni fa. Lyuba, ucraina di 49 anni, descritta dal suo stesso assassino come la più arrabbiata. Con lui, che si era rifiutato di andare in albergo, probabilmente con la vita, in generale, che l’aveva portata sul marciapiede fino a vendersi a chi quella vita l’ha poi spezzata.
“Fa uso di cocaina e ha picchiato anche me in passato”, ha raccontato la moglie dell’aggressore. Il marito non le ha mai fatto mistero di frequentare prostitute, malgrado il denaro in casa non abbondi. Vivono di sussidi, senza un lavoro. Con due figlie.
Agli inquirenti Mario Landolfi ha chiesto di andare ai domiciliari perché a breve è in programma c’era la prima comunione di una di loro. Era ancora notte quando i carabinieri lo hanno rintracciato nella sua casa di Sant’Anastasia, grazie al coraggio di chi, due giovani coppie, testimoni chiave, lo aveva visto entrare, riconoscendolo, in quelle palazzine in costruzione insieme a una donna e uscire da solo. Senza neppure sapere che il giorno prima aveva fatto lo stesso. Le donne che ha ucciso, gettate nel vano dell’ascensore dello stabile abbandonato di Pollena in due giorni diversi inquietano tutti. “Era un luogo isolato, dove nessuno poteva sentirle”, dicono testimoni della zona, angosciosamente consapevoli di ciò che è accaduto in quella trappola mortale.
Le indagini non conoscono soste. I Carabinieri, coordinati dalla Procura di Nola, raccolgono prove, cercando di delineare ogni dettaglio. La brutalità dell’omicidio lascia perplessi: due vittime nella stessa settimana, un colpo dopo l’altro, nel giro di ventiquattr’ore. Gli inquirenti temono che Landolfi possa essere coinvolto in una serie di delitti precedenti. “La rapidità di esecuzione e il modus operandi lasciano pensare a un killer con esperienza”, afferma un investigatore.
Un’inquietante domanda aleggia: Landolfi è un assassino seriale? Le evidenze raccolte potrebbero svelare un lato oscuro della provincia di Napoli, dove il degrado si fonde con l’orrore. Sempre più frequente emerge un fenomeno di episodi irrisolti, colpi di scena che fanno rabbrividire. “Ci sono troppe donne scomparse nel nostro territorio”, commenta un residente, mentre gli occhi si strizzano in una morsa di paura.
Il GIP si pronuncerà a breve sulla custodia cautelare. L’eco di questo duplice omicidio, però, sta già mietendo effetti pesanti nella comunità. La vulnerabilità delle vittime, la conoscenza del territorio, la freddezza dell’esecuzione: questi sono i nodi cruciali di una vicenda che potrebbe trasformarsi in un incubo collettivo.
L’ipotesi che Landolfi possa essere un serial killer raggela pensando che a Sant’Anastasia tutti sapevano delle condizioni di disagio in cui versava la sua giovane famiglia. E nessuno ha potuto o voluto fare qualcosa di risolutivo.
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