Il “fucarazzo” di Sant’Antuono
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Racconti, personaggi ed immagini per scrivere la storia di Sant’Anastasia
di Lello Sodano
Scorrendo il calendario gregoriano del nuovo anno il mio sguardo si è soffermato su domani mercoledì 17 gennaio, giorno nel quale la Chiesa commemora un grande santo: Sant’Antonio Abate. Molto venerato lungo i secoli, Sant’Antonio è fra i santi più celebrati del cattolicesimo, fino a quando non fu scalzato da un altro Antonio, quello da Padova!
Da tempo immemorabile nel nostro paese si usa accendere il 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Le ceneri poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta servivano a riscaldare la casa, e sulla campana in rame o fatta con listelli di legno si adagiavano i panni umidi da asciugare.
Sant’Antonio, eremita, taumaturgo e protettore degli animali, secondo la leggenda accese il suo bastone con il fuoco dell’inferno per redimere l’anima di alcuni morti. Il santo è invocato anche contro tutte le malattie della pelle, in particolare per i malati affetti da Herpes zoster, denominato “fuoco di Sant’Antonio” per i bruciori che provoca la malattia, e contro gli incendi.
Il Santo è spesso conosciuto con l’epiteto di Antonio “do puorco”, caratteristica che lo lega indissolubilmente a questo animale. L’episodio narra che mentre il santo si trova a Barcellona viene raggiunto da una scrofa che aveva tra le fauci un piccolo porcellino zoppo e malato. Deposto davanti al santo in atto di preghiera, quasi a chieder la grazia per l’animaletto, l’animale viene guarito dal Santo con un segno della croce che, grazie a questo prodigio, converte tutta la città. Da allora egli viene raffigurato con ai piedi un maialino. Questo episodio è ancora ricordato nella tradizione popolare che vuole nel giorno di festa del Santo siano uccisi dei maiali. (che stranezza, lui li salvava, noi li ammazziamo!)
In tempi non tanto recenti e neanche tanto remoti, Sant’Anastasia diventava un bagliore in ogni angolo , strada e piazza per i “focarazzi” che si accendevano. Di solito a tale compito erano preposti gente del rione oppure associazioni, circoli o comitati di festeggiamenti. Vi erano poi i “focarazzi” che si svolgevano nei grandi cortili o nelle aie contadini; si cantava e si ballava al ritmo di “tammuriate” e sulle braci di questi falò venivano deposte salsicce e costatelle di maiale che si distribuivano ai partecipanti, il tutto innaffiato con un ottimo vino rosso di produzione locale. Non mancava alla fine il “migliaccio”, il tipico dolce che apriva i successivi festeggiamenti del carnevale. Al termine dei falò venivano sparati fuochi pirotecnici per segnare la fine della festa. Ancora oggi vi è qualcuno che, testardo, non vuole che tale festa popolare scompaia del tutto e abbiamo ancora modo di poter assistere a qualche falò. Ma anche tale testardaggine è cessata per legge; infatti il Decreto Legge 91 del 24 giugno 2014, consente il raggruppamento e combustione di piccoli cumuli di materiale vegetale (paglia, sfalci e potature) nel luogo di produzione e possibile solo in determinati periodi dell’anno . Quindi niente falò!







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