Ora Sant’Anastasia ha la sua “paranza” folcloristica: è nata a Capodivilla ed è dedicata a Francesco Maione

Come le più famose e storiche “paranze” del giuglianese, del casertano, del nolano del napoletano e soprattutto quelle di Somma Vesuviana, da poche settimane Sant’Anastasia può “vantare” di avere una sua paranza. Giovane, persino e ancora in composizione, legata ad uno dei quartieri più antichi della cittadina vesuviana, quello di Capodivilla, la “Paranza di Ciccillo ‘o Bar” ha voluto rendere omaggio ad una figura popolare del quartiere Capodivilla, quella di Francesco Maione che nel lontano 1956 decise di aprire un bar a Capodivilla, ora gestito dal figlio Gioacchino. Era all’epoca, e lo è stato per anni, l’unico punto di ritrovo del quartiere.


Se non fosse che il termine “paranza” ha più significati, alcuni innocui ed altri no, potremmo subito dire che pensare di riannodare le tradizioni popolari, il ritmo della tammorra, il ciclio delle produzioni, la fatica dei contadini di un tempo e di oggi, l’amore per la terra dove si è venuti al mondo vanno sempre e solo sostenuti. Lo faremo lo stesso parlando della iniziativa che un gruppo di anastasiani, nati e legati in stragande maggioranza al quartiere di Capodivilla,  ha voluto mettere in piedi. Tuttavia per chi non conosce le variazioni del termine “paranza” può essere utile riportalo a sintesi. In principio la “paranza” è una “imbarcazione da pesca costiera con un albero a vela latina, bompresso con un fiocco, prua tozza e poppa assai ampia, di stazza lorda fino a 25 t circa, ancora in uso negli anni ’50 del Novecento nel Tirreno e, soprattutto, nell’Adriatico per la pesca a coppie (in paranza), in cui ciascuna paranza tirava un’ala di una rete a strascico”. Così, per estensione la paranza è anche un “motopeschereccio che operi in coppia con un altro”. Restando nel mare, per i pescatori, la “paranza” è una “rete da pesca da fondo a strascico, detta anche sciabica (v.), tirata da due piccole imbarcazioni o da paranze, usata soprattutto in acque poco profonde”. Per questo accade che nel linguaggio di trattoria, il fritto di paranza è una frittura mista di pesciolini e di piccoli molluschi che vengono pescati con le paranze”. Sin qui le note liete. Le sue deviazioni, invece, ci riportano al gergo camorristico napoletano dove la “paranza” è un “gruppo o sezione di camorristi” che a Roma, un tempo, era una compagnia di persone legate da amicizia, o associate in un’impresa, in un affare, in un’attività lavorativa. Il gergo della malavita continua a rivendicare quel termine per definire un gruppetto di truffatori o di ladri che operano insieme.

Nulla di tutto questo, ovviamente, ha a che fare con la “paranza” delle tradizioni contadine campane. Mitica è rimasta la “paranza del giuglianese”. Paranze sono quelle dei gigli di Nola e di quelli che sono a Barra. Le paranze sono in molte parti della Campania. Persino a Ravello. Paranze sono state a Somma Vesuviana quelle che incontrò Roberto De Simone. E “Paranza” era anche il nome dell’associazione che il grande Giovanni Coffarelli, sempre a Somma Vesuviana, volle far nascere per non perdere il valore della tradizione. La paranza è anche un’attenzione verso i ritmi e la cultura musicale popolare che vive da molti decenni nei borghi e nelle terre campane. Da questa grande tradizione contadine, legata al ritmo delle tammorre, degli strumenti musicali meno noti, del raccolto che i contadini vesuviani facevano e fanno, da un impegno che lega la terra madre alla Madre celeste che a Capodivilla è la Madonna del Carmelo, un gruppo di anastasiani ha fatto nascere la “paranza di Ciccillo ‘o bar”

“La Paranza si chiama “Ciccill o bar” – tiene a spiegare Gianluca Marciano – in onore di Francesco Maione fondatore del bar che risiede a Capodivilla dal 1956. Francesco chiamato da tutti Ciccill, morto alcuni anni fa, a cui abbiamo dedicare la nostra paranza. A lui e al suo bar perché sono passate generazioni e generazioni sotto di lui e nel suo bar. Lui bravissima e umile persona che aprì il bar come unico ritrovo del rione. Quest anno abbiamo creato questa paranza folcoristica in onore suo. Siamo 40 componenti tutti di Capodivilla. Dai più anziani ai più giovani facciamo una raccolta annua di 5€ settimanali per organizzare le feste e le uscite della paranza che sono il sabato dei fuochi ovvero il sabato dopo la domenica di Pasqua, il 1 maggio e il 16 luglio quando la Madonna del Carmelo esce dalla cappella sita sempre in via Capodivilla”. Gianluca parla a nome di tutti ed è pieno di entusiasmo. Vuole far ritrovare un senso ed un luogo alle tante tradizioni (laiche e religiose) di un quartiere che resta vivo, pulsante, pieno di memoria e di futuro. Capodivilla è accanto ad altri quartieri storici della cittadina vesuviana. Come Casamiranda, Sant’Antonio, il Murillo di Trocchia vanta il primato di essere “attaccato” ai sentieri del monta Somma. Anzi. Tutti i sentieri, i pendii, le salite che portano in alto partono da qui dove i ritmi della natura sono scanditi con più forza, dove l’odore dell’erba è prossimo. Qui ancora i contadini che restano curano la terra come fosse una parte della loro casa anche quando non riescono a fermare le mani e i gesti di altri anastasiani che sui pendii del monte Somma sversano rifiuti di nascosto.

La paranza nata a Capodivilla avrà un suo Statuto, uno scopo, una identità e sarà sulla scia delle migliori paranze folcloristiche che i territori della Campania hanno avuto ed hanno. Musica e balli tradizionali, amore per la natura, devozione alla Madonna del Carmine che qui è così pregnante e forte tanto che a Capodivilla attorno alla chiesetta del quartiere ha sempre vissuto quel sentimento forte del legame antropologico che unisce. Occorrerà così ricuperare il senso della tradizione, far capire ai più giovani che cos’è e a cosa può portare l’amore per la terra, il valore della cultura popolare che non si può riassumere solo in un canto tradizionale o in un percorso di cibo che mette tutti d’accordo.

La paranza di “Ciccillo ‘o bar” nasce sotto i migliori auspici, nasce per colmare un vuoto, per raccogliere ciò che non si poteva raccogliere in altri modo. Con l’augurio che tutto possa servire a migliorare il senso di civiltà ed il ricupero di una tradizione di cui può beneficare persino il presente. Valga per tutti il contributo di questo video “colto” la ricerca di un centro di documentazione, non campano, ha realizzato a caccia di un’Italia misteriosa, spirituale e sacra, dove poteva mancare la vetusta festa delle Lucerne, a Casamale, Somma Vesuviana, che celebra, ogni quattro anni, in agosto, la Madonna della Neve. In quelle notti, le mille lucine, disegnano un varco tra vita e la morte. Un cortometraggio dedicato proprio alla memoria di Giovanni Coffarelli, che ha dedicato tutta la vita alla Tradizione musicale e cultuale della Campania e chiamò la sua associazione “la Paranza”. I cugini sommesi ne saranno lieti.

in redazione

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