Fare comunità a Sant’Anastasia, un’impresa sempre più difficile. Come riuscirci?

Dovunque ti giri, dal livello nazionale a quello internazionale, sembra che ogni settore della società viva di individualismi. Una corsa a mettersi in mostra e in evidenza, a personalizzare la politica, l’impegno civile e culturale, oltre che l’economia che vive già di per sé di competizione e concorrenza. E se un tempo i cortili, le strade, i modi di essere e le occasioni di socializzazione “reale”, in un posto come Sant’Anastasia, arginava la tendenza ad essere sempre più individualisti, oggi tutto sembra aiutare proprio quella lotta a fare meglio degli altri solo per emergere sopra gli altri, per profittare, per avere la meglio. A Sant’Anastasia questo è accaduto da sempre e accade sempre di più con grave limitazione dei momenti e delle possibilità che il senso di comunità possa crescere e fondare, magari, un nuovo modello di città umana. La sociologa Grazia Tatarella, che negli ultimi anni ha dovuto “limitare” la sua indagine professionale per il ruolo politico locale che aveva, ora dismesso quello, entra nel comitato di redazione de “glianastasiani.it” per condividere riflessioni e speranze aiutata dal suo settore di competenza e dal ruolo che questo portale potrà avere.

di grazia tatarella


Il passaggio dalla società di massa, dalla quale prende forma il concetto stesso di modernità, alla società globale apre nuovi scenari sociali che incidono sulla quotidianità degli individui, in quanto attori sociali, ma anche sul contesto sociale in cui vivono. La globalizzazione, e i cambiamenti sociali che ha portato, sono facilmente rilevabili andando ad osservare i contesti locali e le comunità come quella nella quale viviamo e dove, in maniera forte, sembra essersi radicata una cultura del “non-luogo” (Augè, 2009), termine coniato da Marc Augè proprio per definire la spersonalizzazione dei contesti comunitari in seguito all’avvento della post modernità.  Le conseguenze sociali e individuali del  fenomeno sociale più complesso che l’uomo abbia mai potuto vivere e generare, ci portano a riconsiderare cosa accada sotto i nostri occhi, ad interrogarsi sulla nostra realtà e provare ad elaborare pratiche sociali che possano, da un lato, ricostruire quel senso di comunità perduto e, dall’altro, far ripartire un sistema di collaborazione tra le parti finalizzato al bene comune e alla crescita della collettività, che ad oggi sembra gravemente compromesso da tendenze individualiste che non riescono ad essere arginate.

 

Il contesto anastasiano infatti sembra altamente disomogeneo in un rapporto globale-locale inteso come la frantumazione di una unità in parti dai confini ben definiti e spesso invalicabili, in cui prevale l’idea di un mondo i cui pezzi non possono essere più assemblati, facendo cadere anche, troppo spesso, la possibilità di rete e di dialogo tra soggetti istituzionali, politici e sociali che, singolarmente, lavorano sul territorio. Questi attori sociali, purtroppo, ad oggi non sono capaci di unificare e creare un corpus organico e stabile che raccolga in sé e rielabori l’estrema eterogeneità che questa epoca presenta. La società così fotografata appare un cumulo di tessere da cui non è possibile ricomporre il mosaico ed ottenere l’immagine originaria, nitida e completa. Le difficoltà psicologiche che ogni cittadino avverte riaspetto alle involuzioni dell’epoca post moderna, legate perlopiù alle forti tendenze individualistiche che portano ogni cittadino a sentirsi perso di fronte ad una realtà globale e con poche certezze, comporta di fatto la messa in campo di pratiche sociali finalizzate alla ricostruzione del senso di comunità, come per esempio, le sagre, i momenti di incontro collettivo in questa o quella piazza ad opera di soggetti diversi che non dialogano tra loro, che non riescono a mettersi insieme per poter dar vita ad un unico evento che coinvolga tutta la cittadinanza.

Interessanti iniziative, per esempio, sono state messe in campo dai giovani dell’associazione “Masseria Guadagni” che opera attivamente nel quartiere, appunto Guadagni, a confine con Pomigliano, che però sembra aver  coinvolto esclusivamente gli abitanti del luogo senza varcare i confini della loro comunità, né tantomeno, di contro, altre realtà territoriali provano a dialogare con questa associazione, della quale i più non conoscono nemmeno l’esistenza.

Nonostante gli sforzi che ogni singola realtà mette in piedi sembrano ancora troppo forti i confini fisici e simbolici, personali e collettivi su cui bisognerebbe intervenire provando a ritornare a parlare di comunità e di “voglia di comunità” in senso ampio e reale come necessità umana di rispondere ad un contesto sociale sempre più individualista e spersonalizzato, avendo come obiettivo comune la crescita di Sant’Anastasia.

In una società che si percepisce sempre più incerta, rischiosa, in cui le istituzioni base come la famiglia, il gruppo dei pari, la scuola e la comunità perdono la loro solidità, in cui la crisi di rappresentanza politica ed il progressivo ritiro dei sistemi di sicurezza sociale del welfare sono evidenti, ed in cui il cittadino appare sempre più solo bisogna promuovere nuovi paradigmi culturali volti alla ri-costruzione della coesione sociale. All’interno di questo dibattito un ruolo chiave è quello svolto dai policy makers che, ad oggi, hanno il compito di creare e rivitalizzare il capitale sociale declinato in chiave civica, come ci insegna Robert Putnam, attraverso la promozione di tavoli istituzionali con una finalità chiara: fare rete tra le diverse esperienze sociali, politiche e culturali di cui Sant’Anastasia è portatrice. Solo attraverso uno sforzo comune è possibile lavorare ad una rinascita socio culturale del nostro Paese. Diversamente resterebbero solo tante cattedrali nel deserto.

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