Quella intervista a Raffaele Ranieri: un grande uomo anche a rileggerla postuma

Pochi mesi prima di morire, Raffaele Ranieri, ottico noto ed amato dagli anastasiani, registrò un’intervista audio chiestagli dal nostro Francesco De Rosa che stava lavorando ad un libro poi presentato nel giugno del 2016 dal titolo “Gli anastasiani, indagine al di sopra di ogni sospetto” edizioni neomediaitalia. Fu una bellissima intervista riportata poi dalla pagina 337 a 343 del libro in un capitolo dove si approfondiva l’economia emersa e sommersa degli anastasiani. Vi riportiamo, per intero, quelle pagine che hanno il pregio di restituire tutto lo spessore umano e professionale che è stato di Raffaele Ranieri andato via troppo presto per gli effetti nefasti di un brutto male.

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Raffaele Ranieri è nato il 9 luglio del 1951 a Nola ma è come se fosse nato a Sant’Anastasia tanto è radicata la trama in lui della comunità locale. Vissuto a San Giuseppe vesuviano fino all’età di 19 anni Raffaele si trasferì a Sant’Anastasia con l’apertura di un negozio di ottica che era di suo zio. Era il 1968…

Tu venivi da San Giuseppe vesuviano che è stata sempre una cittadina operosa con molte imprese, nota per l’attivismo dei commercianti tant’è che negli anni sessanta e settanta San Giuseppe era denominata la Svizzera del sud. E nasci da una famiglia di commercianti. Che realtà hai trovato qui a Sant’Anastasia in quel lontano ‘68 quando sei arrivato? Che paese ti è sembrato?     

«Sant’Anastasia nel ’68, ’70 era uno dei paesi più belli che io conoscessi nella zona. Era bello per le donne, era bello perché c’era il commercio. C’era effettivamente una vita brillante. C’erano fabbriche. C’erano tante di quelle strutture che ti lasciavano immaginare che potesse ancora migliorare nel commercio e in altri settori. Purtroppo debbo dire che tutto questo con gli anni è decaduto».

Oggi ti senti del tutto anastasiano?
«Sono più di 40 anni che abito a Sant’Anastasia quindi posso considerarmi più anastasiano che sangiuseppese».

Ad un certo punto, un po’ di anni fà, tu hai avuto bisogno di investimenti per la tua impresa?
«Sì! E siccome avevo un’attività da portare avanti, eravamo negli ani 80, anni buoni anche per il commercio dove, però, non sempre le cose vanno come uno spera. Avendo dovuto subire anche furti ed altre vicende avevo, quindi, bisogno di un prestito bancario. Ma chi poi venne a mancare sono state proprio le banche che non mi hanno voluto aiutare e di conseguenza mi sono rivolto all’usura, ad alcuni di Sant’Anastasia che per me non sono stati usurai ma delle persone che mi hanno aiutato ed hanno aiutato la mia attività e l’impresa senza eccedere nel tasso d’interessi. Erano, grosso modo, gli stessi interessi che prendeva la banca. Il prestito che chiesi era di trenta, quaranta milioni di vecchie lire. Mi fu dato senza nessuna garanzia ma solo sulla fiducia della persona. Non faccio i nomi delle persone che mi hanno aiutato anche perché non è corretto. Io però, grazie a loro, ho potuto superare quelle che erano state tutte le problematiche dell’attività e, di conseguenza, sono andato avanti. Sono riuscito a creare non un negozio ma più di uno. Sono riuscito a creare i centri ottici Ranieri con i miei fratelli Gino, Franco e con Antonio, mio figlio, cioè un gruppo di ottici parenti e fratelli che oggi sono nel mercato campano tra i primi in assoluto per qualità e professionalità».

È verosimile pensare che se tu non avessi ricevuto quel prestito ci sarebbero state delle difficoltà serie?
«Indubbiamente. Anzi, non so se la mia attività sarebbe andata avanti come lo è oggi. E debbo dire che non tutte le usure sono negative. Condanno al 100% gli usurai che approfittano che ci sono stati e ci sono. E lì li condanno al 100%. Ma chi si comporta come se fosse una banca e ti aiuta al momento del bisogno secondo me non è da disprezzare».

Ovviamente tu hai onorato in pieno quel prestito?
«Al 100%».

Raffaele tu sei rimasto, ahimè, protagonista anche di un’altra vicenda che mette in gioco il racket della camorra e la reazione dei commercianti a Sant’Anastasia. Vogliamo ricordare in che modo tu sei stato protagonista?
«Io tutto quello che è camorra, usura li condanno al 100% perché sono una persona onesta e di conseguenza non voglio assolutamente che gli altri possono approfittare di questa nostra onestà. Io sono stato oggetto di atti camorristici. Mi hanno chiesto nel corso di questi anni in più occasioni e in vari modi la tangente, il pizzo. Ad un certo punto mi sono ribellato. Venivo dal dispiacere per un grave furto subito di notte nel negozio di oltre 130 mila euro. Io ho subito tre furti: nel 2005, nel 2006 e nel 2010. Ho perso in totale un 400 mila euro. Con l’indulto uscirono alcune persone dal carcere che subito dopo si misero all’opera. Vennero da me a chiedermi delle tangenti. Era il 2008 o il 2009 non mi ricordo bene. Mi chiesero la tangente ma io invece di sottostare a questa situazione camorristica sono andato a denunciarli. Mi sono dovuto presentare quindi davanti al tribunale in due processi diversi presso l’aula bunker di Napoli e a quella di Nola dove io ho confermato la situazione che mi era capitata».

Sei stato un grande esempio!
«Sì. Anche perché grazie al mio intervento diciamo che sono andate dentro parecchie persone. Tanti. E da allora è come se io avessi avuto più rispetto. Non lo so. A differenza di tanti altri che avevano paura. Chi mi diceva che non lo avrei dovuto fare, chi mi ammoniva, chi mi voleva far preoccupare e mi dicevano che non avrei più vissuto bene. Io da allora sto vivendo un amore non avendo più l’oppressione delle persone che mi avevano dato fastidio».

Avevi paura?

«Sinceramente sì. Come si fa a non avere paura in questi casi? Però l’ho affrontata con grande disinvoltura anche perché ho avuto l’aiuto dei Carabinieri che mi sono stati sempre vicino. Venivano a salutarmi spesso al negozio».

In quella situazione, certamente difficile, chi ti sei visto vicino, oltre i Carabinieri, che ti abbia dato coraggio, supporto?
«Nessuno! Sinceramente nessuno. Solo le Forze dell’Ordine che venivano ogni tanto. Anche nella mia stessa famiglia avevo ammonimenti e mi dicevano “ma cosa hai fatto!”. Io non ho guardato più a nessuno perché quando si annebbia la mente si possono commettere cose positive e cose negative. A me si è annebbiata fortunatamente facendomi fare un passo positivo e cioè quello di andare a denunciare effettivamente quello che era successo e mi è andata bene».

Sei stato un grande esempio di cui poco si è parlato. Non tutti hanno messo in risalto il grande esempio, l’impegno civile che hai dato…
«Sì, questo è vero».

Tu non ti sei mai sottratto all’impegno attivo e civile per migliorare questo paese. Oggi, per esempio, ti impegni anche nel sociale. Ma se dovessi dirmi tu oggi chi sono gli anastasiani, i tuoi concittadini per uno che ha la sua attività economica in piazza cosa mi diresti?
«Beh, bisognerebbe distinguere gli anastasiani in due modi di essere. C’è l’anastasiano che apprezza e vuole spendere in paese, vuole aiutare il paesano. Ma la maggior parte degli anastasiani, secondo me, non vuole che il paese vada avanti perché nessuno spende nel proprio paese. Questa è una cosa che io ho sempre ribadito anche sui giornali nei tempi addietro quando facevo parte dell’Ascom. E invitavo tutti gli anastasiani a spendere nel proprio paese invece di andare in altri posti e pagare anche di più per avere le stesse cose e spesso anche cose di poca qualità. Mi sono battuto per questo e ho dovuto capire che l’anastasiano è sempre un po’ invidioso. I buoni si salvano da soli e ce ne sono tanti di persone perbene, ma la maggior parte è amante dei forestieri».

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