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Il valore della memoria a Sant’Anastasia

La memoria di un luogo è molto cose: costume e tradizioni, fede e spiritualità, musica e spettacolo, eventi e ricorrenze, abitudini e consuetudini. Un equilibrio che si regge su fili sottili dove si mescolano le azioni (belle e brutte) dei singoli. Sono cittadini spesso presi solo dalle proprie vanità accanto ad altri che, invece, vorrebbero non far perdere quella memoria che costituisce l’anima poliedrica anche di Sant’Anastasia. Una partita molto aperta nella quale ora entriamo anche noi.

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Sant’Anastasia ha almeno due anime. No, forse ne ha quattro o forse cinque. O forse una. Il tema è delicato e si presta a tante riflessioni se si pensa ai luoghi fisici della città e al centro storico con i suoi quartieri più antichi (Capodivilla, Casamiranda, il Ponte con il borgo Sant’Antonio). Oppure si pensa all’agglomerato urbano nato attorno al santuario di Madonna di Madonna dell’Arco e per questo definito Madonna dell’Arco che si è così più estesa alle spalle del santuario grazie agli insediamenti urbanistici e residenziali. Ma c’è anche il quartiere dei Romani e quello della Starza che non possono certamente oggi definite più periferie. Essi sono pezzi della stessa città con abitudini, memorie storiche, nuclei familiari assai diversi tra loro e definiti da un comune identità.

L’egemonia di alcuni anastasiani che vorrebbero imporre le “loro” visioni, gli eventi da loro creati negli anni, il riferimento a radici che, in realtà, nessuno ancora ha saputo identificare e capire rende il tema della memoria e della trasmissioni di un’identità locale ancora più impervio. Uno studio d’antropologia e di sociologia non è mai stato fatto e tutte e ricerche, assai lodevoli, del compianto Cosimo Scippa, del prof. Lucchese, del prof. Emilio Merone e di altri, che ci perdoneranno se non li citiamo, hanno avuto un grande merito ma resta sempre un merito parziale perché parziale è stata sempre quella ricerca. Ne mai è stato costituito da chi avrebbe dovuto un tavolo per identificare i tratti di un identità locale che può ridursi alla esclusiva identità religiosa dei cult, delle parrocchie, delle chiese e degli eventi a sfondo esclusivamente religioso a cui si vuole affidare un ruolo egemonico.

La città deve raccontare ed includere tutte le sue anime, deve custodire una memoria che assieme popolare, contadina, piccolo borghese, elitaria, laica e religiosa, qualche volta proletaria, mistica e musicale, artistica e letteraria con al suo interno stili, sentori e origini differenti. La maggior parte degli anastasiani, anche colti, non ha mai sentito il bisogno di fare differenze, quelle giuste differenze che, invece, aiuterebbero una lettura e, soprattutto, l’identificazione di un’anima, una identità in grado di aggiornarsi ai tempo nostri.

Il cambiamento dell’assetto urbano e, persino, del paesaggio, che in un secolo si è così modificato, merita un approfondimento, un tavolo, un osservatorio che non sia la discussione animata sui social dopo il post di qualcuno con innumerevoli e confuse reazioni di pseudointellettuali. Se questo lavoro continuerà ad un esserci saremo noi a farci carico di una proposta, un progetto credibile e affidabile in grado di stare lontano dalle tornate elettorali per costruire nel tempo, oltre le amministrazioni pro tempore, un lavoro da cui la comunità potrebbe avere grande giovamento. Un lavoro di regolamentare e di ispirare, persino le pianificazioni politiche, i progetti sulla città, gli investimenti di soldi pubblici che finora sono stati orientati verso interventi mai ispiratisi ad un modello chiaro di città né passata né presente né futura.

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